Una questione privata Beppe Fenoglio

La questione privata di Fenoglio è anche nostra

Raccontare la Resistenza correndo il rischio del romanzo, abbandonando la pura rievocazione storica per una vicenda individuale di ‘commozione e di furia’ e riuscendo a scrivere, infine, il libro che mancava.
Parliamo di una delle opere più belle di Beppe Fenoglio, partigiano, scrittore, traduttore e drammaturgo, punto di riferimento della letteratura italiana per il racconto della Resistenza e del quale il 1 marzo 2022 ricorrono i cento anni dalla nascita: quella ‘questione privata‘ che magistralmente ha saputo cogliere e che ancora ci riguarda.

“È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria”

La storia si delinea nelle prime parole, appena una dozzina. Milton, giovane partigiano nel fitto della guerra, s’incanta davanti alla villa di Fulvia, solitaria costruzione sulle colline che degradano verso la città di Alba. Il cuore, latitante nel petto, salta le trincee, dimentica fango e fucili e s’immerge nel ricordo di quell’amore, che ora sente così lontano. Quando entra in casa, però, scopre una mezza verità che mette in discussione tutto e richiede di intraprendere una personale battaglia.

Una questione privata alla ricerca di risposte si fa da quel momento la guerra di Milton, e cammina il libro dietro le gambe spedite di questo ragazzo trascinato prima dalla gelosia e poi dal bisogno di trovare la ragione per sopravvivere. La guerra si allontana e allo stesso tempo si fa più sotto che mai, come se fosse del tutto nostra.

Una questione privata: intreccio romantico nel fitto della guerra

“Sull’aia stava una mezza dozzina di partigiani, chi ritto e chi accoccolato, ma tutti addossati al muro, al confine del fango e dello stillicidio”.

Una questione privata” racconta la Resistenza con il rischio del romanzo. E lo fa in un momento nel quale, come sentenziò Italo Calvino in un saggio del 1949, un’opera letteraria che rappresentasse veramente quel periodo storico ancora non c’era. E lo fa consapevolmente, abbandonando un lavoro già iniziato e quasi al termine, che concedeva gran parte di sé ‘alla pura rievocazione storica, sia pure ad alto livello’ per mutare ‘idea e linea’ appassionandosi, come scrive Fenoglio a Livio Garzanti nel marzo del 1960, a ‘una nuova storia, individuale, un intreccio romantico non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra’.

Se fino a quel momento la Resistenza era stata lasciata senza un romanzo, il rischio era di scrivere un romanzo senza la memoria storica della Resistenza. L’autore adotta, quindi, degli accorgimenti, allarga l’individualismo delle vicende a personaggi ‘centrati’ nel contesto, per evitare, come scrive Gabriele Pedullà, che “l’adozione dei ‘modi romanzeschi’ ostacoli il giudizio storico e politico, in altre parole che la storia cancelli la Storia”. Questi personaggi si ancorano al momento e, insieme, rendono il momento senza tempo e la loro storia, proprio in funzione di quella ‘s’ minuscola, si trasforma nella Storia di tutti, vinti e vincitori, nell’essenza stessa della guerra che tutto stravolge.

La morte ragazzina e la vita negata

“Il tenente restò fermo un attimo solo, poi si riportò in fretta verso il centro del cortile. Ma anche lì non si sentì di rimanere, quasi che la raffica potesse uccidere anche lui attraverso il muro”.

È la morte ragazzina di Riccio, che si strizza la maglietta con le mani e non ha più saliva in bocca quando accampa l’ultima difesa, ‘vado da solo’ dice e ‘non mi toccate’, e una torta è il suo testamento mentre s’incammina con coraggiosa incoscienza. È il taglio di capelli alla maestra, punizione esemplare data più per pietà che per cattiveria e che, invece, annichilisce tutti, peggio di un morto ammazzato. Perché la morte in guerra è orrida consuetudine, ma una donna privata della dignità è la vita negata, il niente che aspetta fuori anche te, che azzera e svuota anime e ragioni, rivalse, odi, speranze. Ed è significativo come in quelle pagine non ci siano più volti, tutti girati di spalle, nascosti nelle mani, trasfigurati nella resa o nella prevaricazione, uguali vittime e carnefici, indistinti e disperati.

Commozione e furia, raccontare la Storia con la storia dei singoli

La magia di “Una questione privata” si compie proprio quando la questione privata assorbe quella collettiva e, invece che sminuirla, la consegna alla sua dimensione universale. La storia, raccontata con gli occhi e nelle gambe del giovane partigiano che si muove alla ricerca della sua verità, quella che gli disse o non gli disse, una donna, non mina la memoria, piuttosto la fissa e la rende viva.

Questo fa Fenoglio, ci fa interrogare su quelle morti come fossero di morti che continuano a morire, ci restituisce di quelle vite un valore eterno, delle scelte il peso di compierle, della corsa a sopravvivere la conquista di una speranza che ancora sentiamo di dover difendere. Diventa poesia quando intuisci che la sopravvivenza del cuore è una bussola dentro tutte le guerre e la corsa finale un inno alla vita.

E scriverà Calvino nel 1964, “tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia della Resistenza sono in questo libro, la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta“. E ancora: “Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata”.

Un grande libro nel quale identificheremo sempre noi stessi, alla continua ricerca e fuga, dentro tutte le guerre che ci sono state e che verranno.

 

 

Una faticosa risalita

“Correva, sempre più veloce, più sciolto, col cuore che bussava, ma dall’esterno verso l’interno come se smaniasse di riconquistare la sua sede”.

Tu pensa alla corsa di Milton. È una delle cose più belle che io abbia mai letto, non tanto, non soltanto per il modo, rotto, infangato e fradicio e poi che si apre all’improvviso, ma per il momento, il posto del libro in cui si inserisce. Finire con una corsa. E non dentro la casa dove pensi ci sia la tua vita, ma in direzione opposta, fuori da lì, il più lontano possibile. E con una corsa disperata, l’ultima. O la prima se dovesse andare tutto bene.

Dall’allarme al crollo è come una faticosa risalita, una rinascita. Ai primi passi la paura, poi subito dopo la speranza che ti colpiscano alla testa, perché morire sarebbe finalmente la fine. E prima ti stupisci che non abbiano la mira, poi ti stupisci delle tue gambe, più veloci della loro mira. Eppure non vai nemmeno a zig zag, quasi per aiutarli a prenderci. E intanto, però, corri e nemmeno ci vedi, né più la terra né mai nemmeno un pezzo di cielo. E corri. Senza sapere dove, sapendo benissimo perché. Ad ogni passo meglio di prima corri, e quando ti accorgi che voli sulle pallottole cominci a crederci, non tanto di essere più forte, ma di avere un destino differente.

“Sono vivo. Fulvia. Sono solo.”

Non è bastato il fango, né la pistola che hai perduto scivolando sul dorso per rovinarti l’istinto. E ora che all’istinto hai aggiunto coscienza, capisci di potercela fare. Attraversi la borgata e ci torni in mezzo per convincerti di essere vivo, guardare che ti guardino come a uno che corre davvero, sulla terra. Perché ora sei così veloce e sicuro e forte e solo, che non hai più verità, né zavorre, ma la leggerezza di un dio. E puoi permetterti di tornare indietro per farti guardare correre, che hai dalla tua anche il tempo. E finalmente puoi maledire l’amore e la guerra, e tutti i loro schemi, gli ordini impartiti e le promesse, l’assenza nera del dubbio e le corde subdole delle allusioni, la vita che vale soltanto quanto un’ideologia, e lei che non c’è mai stata.

Amore e guerra li hai lasciati dietro, uguali. Capisci che lo sono, adesso che te ne sei liberato. Che a volte fanno lo stesso sporco gioco, quando barattano e scambiano, pesano il pane, mai ti danno un letto per dormire o una stanza che non abbia vetri rotti dai quali passa tutto l’inverno.

Vedi il bosco che si apre e subito si richiude, la porta di un fiancheggiatore, un nido, una culla, un abbraccio. Quasi ti aspettasse. Ci entri a capofitto, ti arrendi e crolli, perché sei tornato a casa.

Una questione privata copertinaScheda del libro Una questione privata

  • Titolo: Una questione privata
  • Autore: Beppe Fenoglio
  • Editore: Einaudi – 2019
  • Prima edizione: Garzanti – 1963
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