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Il resto di niente. La vita rivoluzionaria di una nobildonna

Non mi muoverò più di qui, lo sento: in questa città mi toccherà vivere, forse vi vedrò nascere i miei figli. Ci morirò, infine, e vi verrò sepolta.

Lenòr sceglie Napoli, per la vita e fino alla fine.

La disillusione

Enzo Striano potrebbe essere definito – per antonomasia – l’uomo disilluso. Scrittore e giornalista nel periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, rimane deluso dal mancato interesse dell’editoria nei confronti dei suoi scritti e dal Partito Comunista, che tradisce i suoi ideali. Anche il tempo inganna Striano, non permettendogli di vedere il successo di quello che è considerato il suo capolavoro: Il resto di niente, terminato nel 1982 e pubblicato nel 1986, pochi mesi prima della sua morte, sopraggiunta a giugno del 1987.

Il libro conosce una trasposizione cinematografica nel 2004, per la regia di Antonietta De Lillo e la produzione di Mariella Li Sacchi e Amedeo Letizia; è stato presentato fuori concorso alla 61° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La rivoluzione intellettuale napoletana

Figlio, tu regni in cielo, io qui men resto
Misera, afflitta, e di te orba e priva
Figlio, mio caro figlio, ahi! l’ora è questa
ch’io soleva amorosa a te girarmi,
e dolcemente tu solei mirarmi
a me chinando la vezzosa testa.
Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
i’ ti cibava; e tu parevi alzarmi
la tenerella mano, e i primi d’armi
pegni d’amor: memoria al cor funesta!

Sono versi carichi d’amore e di dolore quelli che Eleonora de Fonseca Pimentel dedica al suo unico figlio morto; i suoi scritti, però, non sono solo patimento, ma profumano anche di coraggio e di orgoglio. Poetessa, scrittrice e una delle prime donne giornaliste d’Europa, è l’indiscussa protagonista di questo Il resto di niente.

L’aggraziata penna di Striano narra di un periodo storico portato poco alla ribalta dai libri e dai critici, del quale la Pimentel è stata la prima voce: la breve stagione della Repubblica Napoletana del 1799. Una realtà intrisa di libertà e democrazia, che nasce di riflesso ai venti rivoluzionari napoleonici, a opera dei più partecipi intellettuali dell’epoca.

È la rivoluzione degli aristocratici, degli illustri e degli intellettuali: persone che si impegnano, principalmente attraverso i loro scritti, per porre le basi a una corposa rivolta orientata verso la riuscita creazione di un’entità governativa autonoma e indipendente, in uno stato di piena monarchia.

Striano racconta tutto questo, senza l’intenzione di voler scrivere un saggio, bensì, con la volontà di creare un romanzo storico, concentrando la sua attenzione e di conseguenza quella del lettore, sull’analisi della figura di Eleonora de Fonseca Pimentel, mettendone in risalto le qualità di insolita eroina patriottica.

Se il periodo non fosse quello di fine ‘700, si potrebbe pensare a Eleonora come a una personalità dei nostri tempi; giovane, rivoluzionaria, grintosa, sin troppo per essere una donna di quell’epoca, che si inserisce in un contesto sovversivo e cruento, dove utilizza sapientemente l’unica grande arma in suo possesso, la penna. Diffusione è la parola d’ordine, soprattutto quella delle idee, fresche, irruenti e potentemente formative.

Striano fa un quadro delle circostanze storiche, dando al racconto un’impronta giornalistica, con un taglio che rasenta la narrazione di fatti di cronaca, presentando al lettore una Napoli straordinaria e una donna altrettanto singolare, che con il suo appassionato entusiasmo e la sua urgenza di rivoluzione intellettuale e pratica, segna un basilare, se pur breve periodo storico.

Eleonora Pimentel de Fonseca

L’autore narra di un importante stralcio epocale, ripercorrendo, appunto, la vita della Pimentel, una nobile di origini portoghesi, trasferitasi a Napoli con la famiglia a causa di motivi politici. La realtà partenopea, inaspettatamente, fa al caso suo: la ragazzina cresce, respirando e facendo propria l’aria culturale di cui la città è pregna.

Sin da tenera età, la piccola si mostra orientata verso un futuro differente, imparando a leggere e a scrivere e dedicandosi con fervore all’attività letteraria, con composizioni nate dalla sua immatura penna e attraverso l’attività di traduzione, tutte rare operosità per una donna di quei tempi.

Eleonora ama il confronto con gli altri intellettuali, coltivando l’idea dell’urgente bisogno di una diffusione culturale, affinché possa diventare uno strumento di grande utilità nelle mani di chi è meno libero e bloccato dagli ingranaggi della monarchia.
A un certo punto, la sua vivace vita subisce una battuta d’arresto: a causa di vari lutti familiari e diverse vicissitudini, è costretta a prendere marito contro la sua volontà.

Ed è attraverso la vita matrimoniale della giovane, data in sposa a un uomo brutale, se pur capitano dell’esercito, che Striano disegna un affresco preciso e allo stesso tempo inquietante della cultura e della consuetudine di pensiero dell’epoca. Il profilo del marito di Eleonora è l’emblema di una mentalità insalubre e pericolosa, che imperversa nel sistema sociale settecentesco.

Eleonora è una donna colta e consapevole, sa che la sua vita non ha preso una giusta piega e che un marito violento non è la normalità: è attratta da tutto quello che è contrario al mondo arretrato in cui vive e questa sua convinzione, unitamente al dolore per la perdita dell’unico figlio, le danno la spinta e il coraggio utili per abbandonare il suo consorte e dedicarsi totalmente alla cultura e alla letteratura.

Da scrittrice di saggi a frequentatrice di salotti letterari, accoglie favorevolmente le notizie rivoluzionarie provenienti dalla Francia, sostenendo i moti partenopei, che portano alla creazione della Repubblica Napoletana. I suoi componimenti, a chiara difesa di questi ideali, le danno la possibilità di diventare direttrice del più importante giornale repubblicano e allo stesso tempo, di esporsi in prima persona, finendo per questo incarcerata, con l’accusa di sostenere il giacobinismo.

La rivoluzione popolare in atto, favorita dai suoi scritti, tocca le carceri, liberando tutti i prigionieri e questo le consente di vivere personalmente le vicende caratterizzanti la neonata Repubblica Napoletana, proclamata nel 1799 e rimasta in vita per alcuni mesi, finendo, poi, giustiziata dopo la caduta della Repubblica stessa.

L’onestà intellettuale

Enzo Striano sviluppa con maestria il pensiero di Eleonora: leggendo i dialoghi ben strutturati, i ragionamenti adeguatamente scanditi e il pensiero compostamente riportato, si ha la sensazione che la protagonista parli con il lettore, che desideri comunicare le proprie idee con forza e senza rassegnazione alcuna.

Da ogni rigo emergono l’energia e la carica di onestà di un’intellettuale che vuole fare della cultura un espediente pulito, adattandolo nelle mani di chi non ne ha la conoscenza. Una donna determinata, che non cede a compromessi, che si batte per l’uguaglianza e la libertà, contestualizzata in un’ambientazione storica resa dall’autore assai interessante.

Attenzione, però: non si pensi che Eleonora ami mescolarsi alla plebe. Striano esprime in maniera limpida l’opinione dell’aristocratica, utilizzando termini inconfondibili: nulla ha a che fare ella con il popolino. È una letterata che crede in specifici valori, con un interesse unicamente razionale rivolto al popolo, partendo dal presupposto che esso debba svegliarsi e senza educazione e cultura, non può farlo.

È tangibile l’amara consapevolezza contenuta nelle parole usate dall’autore circa il futuro che attende la donna, che finisce impiccata nella pubblica piazza, tra il tono canzonatorio delle stesse persone per le quali si è battuta.

Fino alla fine, il resto di niente

Non lascia nulla al caso Striano: dipinge sapientemente Napoli con le sue miserie e le sue bellezze, la sua cultura e le sue meschinità, come pesante contraccolpo alla vivacità di un popolo, sventurato, analfabeta e sottomesso, apparentemente felice nella sua condizione. Presenta, altrettanto diligentemente, dandole il giusto riscatto, la figura di Eleonora, affascinante e controversa, ma soprattutto donna, con i dolori, le angosce, le gioie e con la sua grande e incomparabile voglia di vivere.
Quanta vivacità in questa persona/personaggio, a specchio di uno stile brillante e di una scrittura a tratti non semplice, corposa, impreziosita da chicche di alternanza napoletano/francese, ma adeguata alla struttura del libro e alle tematiche trattate.

Striano, con Il resto di niente, restituisce importanza a un periodo fondamentale della storia napoletana, a chi ha fatto la rivoluzione ed è stato l’artefice del disegno di una Napoli diva, tanto quanto esecrabile, con tutte le antinomie che la contraddistinguono e quella dinamicità bloccata in una perenne e perentoria immobilità. Cosa resta? Nulla. Il resto di niente esprime disillusione, proprio come la vita di Striano. Fino alla fine.


Il resto di niente - Enzo Striano solo copertinaScheda libro  “Il resto di niente”

Titolo: Il resto di niente

Autore: Enzo Striano

Editore: Mondadori, 2017

Prima edizione: Loffredo, Napoli 1986

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Un commento

  1. Finissima lettura di un romanzo del quale, troppe volte, il valore storiografico si è esaltato (anche giustamente) a danno del valore più prettamente letterario e linguistico. Striano è davvero un disilluso e dei motivi di questa disillusione fa un affresco potente, offerto a diversi livelli di lettura. Lo scenario è una Napoli in cui i nodi dell’età carolina e le promesse di un Illuminismo splendido, vengono tragicamente al pettine, con conseguenze tuttora evidenti. “Il resto di niente” resta, sin dal titolo, uno dei tentativi meglio riusciti di rappresentare Napoli e un’identità che anch’essa tutt’uno con la disillusione. O riést’ ê niénte… più che un titolo, una sfida alla rassegnazione.

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