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Vivida mon amour di Andrea Vitali, tutt’altro che semplice l’amore

Può una storia d’amore emozionare, commuovere, intrigare e divertire, tutto insieme?
Di più, tingersi di tutte le sfumature del caricaturato, del grottesco e dell’esilarante, riuscendo a demolire con meticolosità certosina tutti gli stereotipi e gli stilemi delle narrazioni rosa?

Vivida mon amour (Einaudi) di Andrea Vitali è la storia di un amore capovolto, di una passione disperata e impossibile che, come spesso accade, divampa nella fiamma dell’opportunità, si riscalda al calore delle fantasticherie amorose a briglia sciolta, e che mostra di avere tutte le carte in regola per scaldare il cuore dei protagonisti e, più ancora, dei lettori. Una storia sentimentale bizzarra e sconquassata, che non ha fretta di prendere il largo né pretese di definirsi, di darsi un contegno, di percorrere le strade convenzionali proprie di ogni escalation amorosa. Che si concede lo sfizio di negarsi, di giocare a nascondino con le urgenze della passione. E, nel farlo, di sovvertire tutti i canoni del discorso d’amore.

L’origine della storia, l’incontro che cambia tutto

L’incontro che cambia tutto ha luogo a una festa di laurea alcolica in una sera d’estate dove nessuno conosce nessuno, e dove tutti si affannano a farsi passare per qualcun altro. Sin dalle prime battute è evidente come nulla sia come sarebbe lecito attendersi in una circostanza del genere. Imbranato e bisognoso di rassicurazioni lui, esuberante e svampita lei, sembrano sfiorarsi senza collidere.

È sbirciandone i malleoli e fantasticandoci su che il protagonista e narratore, figlio unico e medico squattrinato fresco di laurea e fradicio di alcool nella fatidica notte, si invaghisce perdutamente di lei. Comincia così una rincorsa zigzagante ma inesorabile che ha il sapore d’altri tempi, dove la ricognizione amorosa avviene per salti, in maniera del tutto anticonvenzionale e, per questo, a suo modo inedita e degna di essere raccontata.

Un’infatuazione che in poco tempo assume i contorni di un’ossessione, inseguire la quale permette di esplorare la potenza trasformatrice dell’amore, quella voglia di vivere allo stato puro che instilla nei cuori, e che si volge sognante verso il turbine di follia dal fiato alliaceo che risponde al nome di Vìvina (o Vivìna, o forse nessuna delle due), angelo androgino “a suo agio comunque e dovunque” capace di spandere attorno a sé fascino ed equivoci, di alimentare inconfessabili voglie senza mai concedere il privilegio della prima mossa.

Lei, disinvolta e misteriosa, difficile da incasellare

Un personaggio proteiforme, cangiante, che sfugge a ogni tentativo di incasellamento coatto che possa aiutare ad anticiparne le mosse, che nelle relazioni a geometria variabile ci sguazza, restia com’è a ogni legaccio affettivo. Ha tutta l’aria di essere un’imbucata, ma un’imbucata speciale, a giudicare dalla disinvoltura con cui questa perticona “callipigia” dall’energia di un camionista piroetta tra la gente, si concede e si nega, ostentando una familiarità che confeziona all’impronta.

Le fantasie attorno a lei si accendono, alimentate dall’alone di mistero che si lascia dietro, e che viene solo in parte rischiarato dalle figure familiari, accorse ad ampliare e precisare il quadro. La madre sorda e il fratellino decenne molesto, pur limitandosi a muoversi nella periferia della scena, regalano scambi piacevoli, dai quali attingere nuovi dettagli sulla vita della meravigliosa creatura.
Che, di avvenente ha davvero ben poco: una donzella in grado di reggere l’alcol come pochi e con un talento innato per il flirt d’assalto, le cui “leve slanciate quanto nervose” sono indizi chiari di quanto difficile sarebbe stato l’assedio al fortino. Maniaca di orchidee, capace di coniugare seduzione e disinibizione, di scatenare nella testa dello spasimante una vera e propria passione totalizzante, che ne fagocita il sonno e ne corrode le già disastrate finanze.

Lui, tenero e maldestro, di una testardaggine commovente

La macchina della seduzione si mette in moto, con quel pizzico di follia che non guasta, anche se non macina molta strada: si susseguono pomeriggi appesi al filo di un telefono a inseguire “alate parole” con le quali conquistare la più evanescente delle fanciulle di oggi, serate strappate come una promessa e compromesse da una mossa maldestra o da una iniziativa mancata, dalla ridicola spavalderia nella quale si impantanano gli azzardi del povero pretendente ogni qual volta (e sono tante!) si cimenti nella (nuova) prima mossa, con una testardaggine commovente che offre occasione di esplorare la tenerezza che si cela al fondo del ridicolo, mentre incomprensioni e malintesi si accumulano strato su strato.

Niente da fare: il fidanzamento rimane un miraggio, Vìvida (questo il nome!) sfugge ogni volta di più tra le dita, come la macchina di cui è sprovvisto e che è costretto a implorare dal socio zozzone e taccagno, sempre a corto di benzina.
Per non perdere slancio, l’unica è fantasticare, ma così facendo si finisce per perdere di vista la realtà e si finisce aggrappati alla boa dei capricci della pulzella. Che, da parte sua, ci prova gusto a proseguire con la massima naturalezza nel tira e molla della scaramuccia amorosa.

Una coppia che più improbabile sarebbe impossibile, assortita come un outfit al buio, cigolante come i cardini di un cancello pericolante. Un connubio talmente assurdo da mettere in dubbio veracità e reciprocità del sentimento: è la voce stessa del protagonista a tradire quella stessa perplessità che ne rallenta le mosse, che risveglia vecchi complessi d’inferiorità e stuzzica il lettore. Ad averla vinta è però l’esilarante ostinazione con la quale il corteggiamento prosegue, seppur a singhiozzi, tra battute d’arresto e giri a vuoto.

Vivida mon amour: i temi e lo stile

La costruzione dei personaggi rappresenta di sicuro il punto forte di Vivida mon amour, se si considera che in essi le emozioni vengono condensate ed esplicitate con un particolare gusto coloristico per dare vita a situazioni originali e sorprendenti, all’interno di una scrittura gagliarda che regala momenti di ilarità e leggerezza e che, nel farlo, centra l’obiettivo di scrutare dentro il filo tutt’altro che lineare dei processi mentali maschili e femminili al cospetto della scottante materia amorosa, per metterne in luce contatti e distanze.
Una disamina narrata su quanto sia difficile assaporare fino in fondo l’euforia romantica senza impegolarsi nell’assillo di definizioni effimere, schiacciati sotto un cumulo di interrogativi mai del tutto a fuoco.

Una lettura che intrattiene e che regala ore spensierate di relax estivo, pervasa da un’atmosfera di ironia sottile e garbata che deborda con maestria nel non-senso macchiettistico.
Che, tra una risata e l’altra, parla degli amori schizofrenici e irrisolti di oggi, della loro difficoltà a proiettarsi nel futuro, dell’insignificanza capricciosa e un po’ patetica che li contamina, indice di superficialità e precarietà sentimentali.
Un’anti-epopea rosa che invita a riflettere sulle storture che corrugano la trama di ogni vicenda affettiva, dove a salire alla ribalta è la testardaggine ottusa e commovente di un’infatuazione che, esplosa come un fuoco d’artificio, non vuol proprio saperne di spegnersi, di misurarsi sul campo minato della modernità emotiva.

E che, per questo, verrà premiata.


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Scheda libro

Titolo: Vivida mon amour

Autore: Andrea Vitali

Editore: Einaudi

Anno: 2021

Pubblicato in Narrativa e taggato .

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