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Raffaele La Capria e la sua poetica, saggia riflessione sull’uso della parola letteraria

Vorrei segnalare tre opere dello scrittore napoletano Raffaele La Capria, pubblicate nel 2001 negli Oscar Mondadori e più volte ripubblicate. Le opere sono ‘False partenze‘, ‘Letteratura e salti mortali’ e ‘Il sentimento della letteratura‘ e verrebbe subito da chiedersi perché sono riunite insieme in un unico libro. La risposta è molto semplice: sebbene diverse tra loro, si tratta di tre momenti della sua autobiografia letteraria. “Forse è considerato sconveniente parlare di sé stessi e delle proprie esperienze tra i libri e gli avvenimenti che ci hanno formati – afferma l’autore – eppure solo così si può recare testimonianza individuale del tempo che abbiamo attraversato”.

Le opere di Raffaele La Capria (Napoli 1922 – Roma 2022) sono pubblicate nei Meridiani Mondadori, per cui mi sembra inutile ripercorrere la sua bibliografia, nella quale credo sia opportuno evidenziare che, dopo il Premio Strega del 1961 per il romanzo ‘Ferito a morte‘, si sia dedicato soprattutto alla saggistica e al reportage, con risultati notevoli e originali. Il problema, se per uno storico della letteratura è ancora un problema, sarebbe appunto quello di comprendere il perché di questo accostarsi e allontanarsi dal genere romanzo, considerato un’entità ormai intangibile se ad esso si chiedono risposte profonde e innovative, mentre come alternativa (non come surrogato) La Capria decide invece di comporre delle opere di sottile, sensibilissima, poetica e saggia riflessione sull’uso della parola letteraria. Insomma Raffaele La Capria come una sorta di Montaigne contemporaneo, un accostamento già proposto da Alfonso Berardinelli, anche perché nella sua lunga vita ha potuto registrare le evoluzioni e regressioni culturali non solo italiane ed egli stesso ha cambiato opinione e prospettiva su autori che pure avevano contribuito al suo “sentimento della letteratura”. Se Piergiorgio Bellocchio preferiva stare “dalla parte del torto” e “al di sotto della mischia”, La Capria ha scelto invece un punto di osservazione più vicino, provando a interrogare i testi e dialogare con gli autori per descrivere i sintomi e le cure delle varie epidemie culturali che si sono diffuse nella società.

Questo volume degli Oscar costruisce un percorso forse più facile da seguire perché collega e lega direttamente una rivisitazione degli anni giovanili, di apprendistato, che sono stati anni di incontri e appassionate discussioni (False partenze), alle successive opere saggistiche Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura. Nella prima parte del libro (1938-1948) La Capria affida al personaggio di nome Candido la testimonianza delle sue fascinazioni adolescenziali per le letterature straniere: “la perfezione alessandrina di Valéry poeta, il professorale neoclassicismo di Eliot, l’aristocratico liberty di Rilke”. Comunque “angoscia e crisi, che tanto spesso venivano evocate, non erano vuote parole: erano uno stato d’animo comune a parecchi giovani. Fu in questo stato d’animo che Candido lesse Dostoevskij e poi Kafka; anzi, più che leggerli se li inoculò, fino a quando gli americani non funzionarono da antidoto”. Ma l’antidoto arrivò soprattutto con la guerra. “Dunque, sto scrivendo sotto una tenda, nell’anno di grazia 1943, mentre infuria una orribile guerra alla quale partecipo, mio malgrado, come caporale maggiore”.

Quando finì l’incubo, gli si spalancò un mondo culturale ignoto, che cominciò a divorare e tradurre: i Quattro quartetti di Eliot, le poesie di Auden, e Isherwood, Gide, Sartre, Camus, Hemingway e soprattutto i dodici volumi della Recherche nell’edizione Gallimard. Una spinta formidabile per uscire dal provincialismo dell’Italia del ventennio senza tuttavia dimenticare la propria cultura d’origine, infatti, due mesi dopo l’uscita del primo numero del “Politecnico” di Vittorini, Raffaele La Capria, insieme a Luigi Compagnone, Ghirelli, Patroni Griffi, Francesco Rosi e in seguito Anna Maria Ortese, collabora alla rivista “Sud”, un’officina straordinaria per quei giovani. Poi ci sarà la diaspora verso il nord o verso Roma. A Roma conosce Moravia, Dacia Maraini, Elsa Morante, Pasolini, parla con Faulkner. Questa prima parte si conclude infatti con una lunga intervista all’autore di Luce d’agosto, uno scrittore, come lui, del Sud: un colloquio dal quale si capisce subito che Raffaele La Capria cerca di imparare soprattutto più un’ecologia o un’etica della letteratura invece che un’etologia. “Piaceva a Candido il modo semplice, pragmatico, da artigiano, con cui Faulkner parlava del suo lavoro e dei libri che aveva scritto, e naturalmente lo aveva colpito quella sua affermazione sul valore di uno scrittore, che si misura dal rischio del fallimento al quale si espone per cercare sempre di superare i propri limiti”. Gli servirà per il suo capolavoro narrativo ma anche per la sua magistrale stagione saggistica.

Letteratura e salti mortali parte dalla sua passione per il nuoto, la pesca subacquea e i tuffi, e questi ultimi funzionano benissimo come metafora. “Un tuffo se è troppo difficile… diventa anche troppo atletico, diventa o può diventare una faccenda in cui entra troppo la tecnica e il muscolo, ed è difficile allora che incontri la grazia e la bellezza. Così in letteratura, presto mi avvidi, i giochi troppo evidenti di abilità, le complicazioni esibite di struttura e i manierismi del linguaggio, le difficoltà da triplo salto mortale di certi avanguardismi e di certo sperimentalismo, difficilmente raggiungono quel giusto equilibrio tra senso comune e senso estetico”. La Capria impiega molte pagine affascinanti per estrarre il suo concetto di senso comune (che non assomiglia al buon senso e nemmeno a qualcosa di conformista o statico), un concetto sviluppato in un altro libro originale e intenso, Lo stile dell’anatra: attraverso questa immagine di un’anatra che scivola sull’acqua e non si vede come riesca a farlo. Analogamente il senso comune è l’anticoncettualismo, la naturalezza espressiva, che lui stesso cerca smarcandosi da mode e pose intellettuali. Ed è qualcosa di prezioso che va difeso e lui lo difende anche con l’ironia paradossale che nasce dal disincanto verso quell’arte contemporanea che per essere compresa richiede cavillose quanto insulse argomentazioni, e spesso dopo la spiegazione ci troviamo di fronte semplicemente a ciò che ci è stato spiegato e niente di più, mentre di fronte a un quadro di Piero della Francesca tutte queste impalcature non servono: la cultura può senz’altro approfondire l’immagine ma il nostro senso comune ha già percepito la poesia e la bellezza.

Questo è appunto il Sentimento della letteratura, che nella terza opera Raffaele La Capria mostra con vari esempi a un giovane interlocutore immaginario. Emergono due fuochi, uno è Pinocchio, proprio come personaggio: “E così Pinocchio sarebbe l’unico personaggio della letteratura italiana, hai detto. Era uno scherzo?”. “No, non era uno scherzo”. Nella nostra tradizione, dice La Capria, ci sono tipi, caratteri, e soprattutto maschere. Personaggi veri, grandi personaggi, nemmeno uno. Nei grandi personaggi, specialmente nell’ottocento, di solito c’è qualcosa di più: “Nelle loro virtù e nei loro vizi, nei moventi delle loro azioni, nella loro sensibilità, ognuno può riconoscere la propria origine più segreta.” E Pinocchio? Possiede tutti i tratti principali dell’italiano. “L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene”. Non è una provocazione questa di Raffaele La Capria, ma un suo modo di concepire il romanzo, una aspettativa talmente alta che appunto lo ha fatto avvicinare e allontanare da questo genere dopo Ferito a morte, quasi che quel connubio tra finzione e realtà, quell’equilibrio magico tra una storia e la Storia, quella sensibilità artigianale di modellare una vita, non fosse più possibile.

Lui ha scelto un ibrido, una mescolanza polimorfa ma non plurilinguistica, che potremmo con molta approssimazione assegnare alla saggistica. E qui eccelle. Le pagine finali più interessanti del libro riguardano uno dei rari capolavori della letteratura italiana del secondo novecento: I sillabari di Goffredo Parise. Una notevolissima intuizione di La Capria, aiutato in questo dal suo personale rapporto con lo scrittore veneto, riguarda appunto il cambiamento che subisce la scrittura di Parise tra Il crematorio di Vienna e i due Sillabari. In quegli anni Goffredo Parise viaggia anche come inviato nei luoghi più tragici della Terra, dal Vietnam al Biafra, dal Laos al Cile, e i suoi reportage (Cara Cina, Guerre politiche) cambiano a poco a poco la sua visione della realtà. Scrive: “ Inquietudine intellettuale e personale? In parte. Amore del rischio? In parte, perché in quegli anni la vita non mi piaceva e mi piaceva invece giocarla, stupidissimamente”. La Capria commenta: “Dunque negli anni dei viaggi, tra il ’65 e il ’70, Goffredo sente che una terribile e oscura mutazione biologica è all’opera nelle sue arterie e nel suo sangue, scopre la fragilità del suo corpo e la sua malattia, comincia a pensare che la vita, anzi la sua vita, è breve. Ed è questa scoperta che gli conferirà lo sguardo che coglie dall’alto e da lontano il corso fuggevole dell’esistenza”, che è nello stesso tempo lo sguardo dei Sillabari: poetico, lieve e verticale di chi entra in acqua dopo un salto mortale.


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Scheda Libro

Autore: Raffaele La Capria

Titolo: False partenze/Letteratura e salti mortali/Il sentimento della letteratura

Editore: Oscar Mondadori

Anno: 2011

Pagine: 314

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