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Uno dei mondi possibili. ‘Il pianeta irritabile’ di Paolo Volponi

Il testo seguente è la trasposizione della conferenza che si è tenuta il 10 aprile 2026 alla Mediateca Montanari di Fano nell’ambito della rassegna “Letteratura e storia. I romanzi di Paolo Volponi che ci raccontano” a cura di Eugenio Schiavo.

Gli incontri organizzati da Eugenio Schiavo sui romanzi di Paolo Volponi avevano un titolo: “Letteratura e storia”. Però, nel Pianeta irritabile (Einaudi), la storia non c’è. Sembra un dopo-storia. Tuttavia, se ci pensiamo un attimo, senza la storia, almeno quella degli anni che vanno dal boom economico al 1978, anno di uscita del libro, questo racconto verrebbe privato di tutti i significati più profondi, sarebbe semplicemente un racconto del genere distopico, nel senso di “brutto luogo” o anti-utopico, minaccioso. E magari lo è. Eppure viene da chiedersi perché non c’è alcun riferimento, se non vago, ai fatti straordinari di quel periodo. Un’anomalia, nella narrativa di Volponi. Possibile che questo romanzo intenderebbe semplicemente immaginare un epilogo, la conclusione temuta da Girolamo Aspri in Corporale, cioè il mondo dopo una conflagrazione atomica? Forse la storia, limitandoci a qualche accenno, è necessario cercarla.

Paolo Volponi e la Storia, scrivere di un tempo inevitabile

Insieme a Pasolini, ma anche a tanti altri, Paolo Volponi aveva vissuto quei cambiamenti radicali che in Italia avvennero in ritardo e con grandi migrazioni da Sud a Nord, il cosiddetto boom economico, che aveva cambiato la morfologia sociale e i riferimenti morali, in pochissimo tempo, a volte anche positivamente. C’era un’euforia sociale che però si trascinava dietro un conflitto tra vecchio e nuovo, tra ricco e povero, tra libertà e conservazione, e così via. Pasolini è stato un interprete teorico di queste mutazioni causate dalla società dei consumi. Volponi ha vissuto i cambiamenti all’interno del sistema produttivo. “Il movimento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo del passato, è la morte della classe contadina” ha scritto Eric J. Hobsbawm.

Quando diventa un dirigente di fabbrica, Paolo Volponi era il poeta degli Appennini. Da dirigente e amministratore, fa inchieste, e presta la sua voce al disagio, ai marginali che provano a sintonizzare il proprio linguaggio con quello dei nuovi tempi, e quando comincia a intravedere che dietro il termine generico di mercato si nascondono coloro che fanno sembrare i propri interessi gli interessi di tutti, le speranze si ossidano. Volponi subisce questa delusione come una sconfitta, non solo personale, in quanto dirigente Fiat. Il sistema industriale non rispetta né l’umanità né la natura. L’uragano descritto in Corporale (1974) ne è un esempio. Uno straordinario affresco verbale ma anche un preludio di quello che le forze della natura possono scatenare. Nello stesso libro, insieme ai ricordi dell’orrore di quanto era accaduto nella prima metà del Novecento, compare l’ansia di un rifugio atomico. La storia ha preso una velocità che non preannuncia niente di buono. Sono gli anni del terrorismo: di destra, di sinistra, e anche di centro, delle stragi di Stato, degli intrighi dei servizi segreti, italiani e stranieri. Ma anche un grande movimento libertario: legge sul divorzio, referendum abrogativo respinto, legge sull’aborto, battaglie per i diritti sul lavoro. Le risposte? Dalla bomba alla banca dell’agricoltura alla strage di Brescia, 1969, 1974, passando per la strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro, che in pratica oscurano l’uscita del Pianeta irritabile perché avvengono quasi negli stessi giorni. Due anni dopo ci sarà la bomba alla stazione di Bologna, al culmine di una strategia che azzera il valore di ogni persona. Un salto terrificante rispetto alla violenza e agli omicidi dei terroristi che avevano dichiarato guerra allo Stato. Dunque, Il pianeta irritabile va oltre tutto questo caos. E lo fa spostandosi in un tempo e luoghi inventati, ma forse da tutti percepiti come prevedibili, se non palesemente inevitabili.

In un mondo che è ‘un pozzo colmo di liquami’

Il libro comincia così: “Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell’acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l’unico segno che il tempo ancora esiste”. Ma piove di tutto: “petrolio, catrame, acqua salata, acqua mista a sabbia e a madreperla”.
Un enorme leccio, di cui viene raccontata la storia, dal viaggio del seme, che proviene dai monti Tatra (al confine tra Polonia e Slovacchia) fino a depositarsi nel 1623 sulle colline del fiume Foglia, protegge quattro esseri che hanno una provenienza inaspettata: un grande circo distrutto. L’allegoria circense è palese. Quello che resta di un circo è quello che resta della caricatura di un sistema di produzione e divertimento. Comunque, quelli sembrano gli unici sopravvissuti.

Il racconto era introdotto dall’esergo leopardiano: “immortalità selvaggia”, amaramente ironico. Ne abbiamo subito due esempi: la natura che continua il suo destino di distruzione e mutazione e quei quattro personaggi, la scimmia Epistola, l’elefante Roboamo, l’oca Plan Calcule e il nano Zuppa (in verità dai molti nomi, anche Mamerte…), che provano a sopravvivere. Oltre ai nomi, su cui riflettere, al lettore vengono, in modo subliminale, inviati messaggi e rimandi di vario tipo: il racconto filosofico di matrice illuminista, le Operette morali, la letteratura catastrofista e fantascientifica, anche quella dei graphic novel, perfino qualcosa dai Paralipomeni, specialmente nella battaglia contro i topi, dove invece i granchi rappresentavano per Leopardi gli eserciti della Restaurazione. L’ultimo Leopardi, tremendamente parodico. Però, a me sembra, dovremmo meditare sull’ampiezza della oscillazione tra le Operette morali, da un lato, in particolare quelle satiriche e apocalittiche, e le osservazioni di Michail Bachtin su Rabelais: il carnevalesco, il basso corporale. Il nano aveva il compito di pulire il circo dagli escrementi. C’è una sorta di accanimento caustico contro il genere homo sapiens e nessuna empatia verso i personaggi. “Si accamparono disordinatamente in preda all’alcol, alla nausea e alla diarrea. Cambiavano una medicina dietro l’altra e defecavano dappertutto senza ritegno, sulle cose stesse che ancora mangiavano o bevevano”. Più scatologico che escatologico, ha detto Salvatore Ritrovato. Forse il lettore di oggi non è più abituato a personaggi così privi di empatia. Volponi assomiglia a un Jackson Pollock, spande ampie e variegate pennellate materiche, più espressionistiche che astratte, sebbene a volte sconfini, e poi con una esibita insistenza, in questo racconto anti-utopico, verso la merda, che diventa una cifra ripetuta del denaro, come del resto sarà, fin dal titolo, ne Le Mosche del capitale. Inoltre, c’è un particolare che vorrei suggerire: nella sua prosa traspare, a volte e forse nei momenti più visionari, quasi a volerne cancellare il ricordo, un substrato giuridico che elenca, spartisce e classifica, cioè cerca di ordinare e stabilire, ma che immancabilmente rifluisce nell’assurdo e nel surreale. Però quel tono giuridico-amministrativo agisce da sottofondo, sebbene sfigurato.

Dunque, defecando in continuazione, l’oca disperde soldi, tanto ormai non hanno alcun valore. E non è un caso che a disseminare escrementi sia l’animale matematico, Plan Calcule, il cui nome significa letteralmente: “il piano calcola”. C’è una implicita parodia dei piani aziendali, della matematica applicata all’economia. Di nuovo attraverso l’immagine escrementizia. Infatti ormai c’è poco da calcolare, e i quattro animali, in formazione gerarchica, compreso l’homo sapiens nano, legato alla catena dalla scimmia Epistola, vanno in escursione per istinto di sopravvivenza, e il mondo è “un pozzo colmo di liquami”. Il petrolio esonda dappertutto.

La ‘scrittura materiale’, il conforto di una parola ancorata alle cose

Mentre nei libri precedenti comparivano menti sconvolte nel passaggio da un mondo contadino a un ordine industriale, quindi personaggi che esibivano ragionamenti perfettamente sensati che tuttavia conducevano all’assurdo, incapaci di toccare fisicamente il materiale di cui è fatta la nuova realtà, adesso è il mondo ad essere irriconoscibile e sconvolto, addirittura con tre lune, e questa premessa dissolve qualsiasi argine o codice di riferimento che poteva incanalare l’immaginario di Paolo Volponi. La sua unica, quasi ossessiva certezza, è il materialismo con cui descrive questo minaccioso quanto lineare dopo-storia: paesaggi e vegetazioni e animali e quel poco che resta degli umani si ritrovano in pieno caos, e comunque sempre aggressivi.

In una conversazione con Francesco Leonetti, (Il leone e la volpe, 1994), Paolo Volponi aveva detto: “La lezione di San Francesco è sempre attuale. Il Cantico delle creature, la prima poesia della nostra letteratura, resta forse ancora la più bella. C’è una scrittura limpida, materiale, ben riferita alle cose, che serve per elencare, prendere, usare, sentire la materia: per sentirsi realmente in piedi sulla Terra, per non avere paura della morte, per mettersi a lavorare, per essere confortati dall’universo.”  Volponi proponeva sorprendentemente un suo particolare San Francesco, o meglio quella parte che lui sentiva più prossima, cioè una ricerca di felicità nel rapporto tra la natura e la lingua: “San Francesco è un eretico, un materialista”. E un maestro di scrittura.

Senza ipotesi di futuro

Dunque la Terra è devastata e la combriccola attraversa montagne di cenere, pianure interminabili con piante insidiose, distese di ghiaccio e paludi di petrolio, laghi di petrolio che continuano a crescere sotto una volta di piombo. Alle avventure fa da contrappunto la storia del tecnico che era diventato l’imitatore del canto di tutti gli uccelli, dei quali aveva ascoltato con le cuffie i versi. L’archivista, il poeta, lo storico. Chissà. Inoltre i quattro devono affrontare incontri che diventano subito degli scontri mortali. Recuperano anche, in una città fantasma irrigidita sotto il ghiaccio, alcune provviste e materiali che potrebbero tornare utili, ma forse sono soltanto oggetti residui di civiltà scomparse. Potrebbero servire delle armi. Quelle servono sempre, ma il resto, cioè ciò che realmente potrebbe servire, è impossibile immaginarlo, è perfino impossibile ipotizzare il futuro di un’oca, un elefante, (per quanto in grado di citare la Divina Commedia, l’intellettuale del gruppo), una scimmia e un nano in quel mondo in disfacimento. Questo è l’ambiente, disordinato e imprevedibile, nel quale si trovano a combattere i magnifici quattro, quando un sommergibile affiora sulla superficie di un lago, ai comandi di un capo che ha un destino nel nome: Moneta. La battaglia è nello stesso tempo tragica e allegorica, nel senso che entrambe le parti rappresentano esplicitamente due culture che si oppongono, in modo declamatorio, apertamente da apologo o favola pedagogica. E poi, alla fine, servirà un aiuto da parte dell’archivista, l’imitatore del canto di tutti gli uccelli, ma senza prospettive di un futuro anche minimo, come per gli uomini-libro di Ray Bradbury e François Truffaut.

L’immortalità selvaggia riguarda solo il pianeta, cioè quelle che saranno le sue nuove composizioni chimiche e fisiche, in attesa che i residui di un circo concludano il loro ridicolo percorso di sopravvivenza. In fondo i due leoni dell’operetta morale si mangiano l’islandese quasi per noia, e per un giorno potranno cavarsela, aggiungeva Leopardi.

Sono passati quasi 50 anni. I libri hanno oggi un corredo editoriale che cerca di adescare il lettore, in questo caso il romanzo viene definito picaresco e apocalittico: ma non lo è. Credo che sia inutile indicare tanti libri e film che già allora prospettavano un futuro di estinzione, di distruzione totale. Da allora ad oggi quanti altri film e libri hanno aggiunto visioni di questo genere? Talmente tanti che abbiamo imparato a conviverci. A trattarli come un genere letterario o cinematografico. In qualche modo, istintivamente, proprio per l’abitudine, ne percepiamo, non la loro eccezionalità, ma il codice nel quale si inseriscono, e istintivamente li collochiamo in una casella della nostra coscienza.

Il nodo del mercato: snaturati, svenduti, svuotati

Allora c’è un altro aspetto che questo libro mette in gioco, e lo farà ancora di più con Le mosche del capitale: la cosiddetta “storia della letteratura”. La storia della letteratura è un codice che ha un paio di secoli, può essere utile per tante cose ma nella realtà esiste la solitudine di ogni autore che modifica il linguaggio secondo le proprie necessità. Quale patologia o incantesimo ha creato questo esibizionismo classificatorio, se non una promozione commerciale? “Le scelte devono essere di fondo – scrive Paolo Volponi nel suo dialogo con Leonetti – di tendenza, di ricerca e non di mercato”. L’industria invece ha cominciato a mappare il territorio, a stabilire ruoli e funzioni e premi e fiere e mercati e feste. Una oralità selvaggia. Un narcisismo esponenziale. Volponi era allergico a tutte queste cose. Sapeva che, se l’immortalità appartiene al pianeta, nel suo insieme, il selvaggio era lui, che andava alla scoperta di insiemi linguistici con una sua bussola personale, con i suoi umori e il suo istinto, immune da strutturalismi e postmodernismi. Non gli interessavano le trame, la delineazione dei caratteri, la cura proustiana dei sentimenti, ma i paesaggi e gli ambienti, i significati sociali dei fatti, che tendeva a parodiare, utilizzando perfino gli strumenti della comicità, però lui ne dà una sua versione grottesca-visionaria; spinge l’esistenziale, il corporale, verso il parodico, ma non senza un’amarezza di fondo, e non senza un motivo molto più profondo, e questo motivo è la critica al sistema economico che ha snaturato sia l’umanità sia il pianeta. Non è il parodico che conosciamo, c’è sempre qualcosa delle Operette morali in Volponi. I quattro animali sono i sopravvissuti di un circo, il folletto e lo gnomo sono i sopravvissuti delle favole. Le favole sono quelle che ogni giorno politici e giornali ci raccontano delle magnifiche opportunità del mondo neoliberista. Pochi anni prima, nella Divina Mimesi, libro postumo e incompleto, Pasolini aveva scritto che una nuova primavera avrebbe portato il riso terrificante dell’idiota. Oggi lo vediamo in ogni telegiornale. Moltiplicato dai suoi servi. Allora, l’anno dopo di questo libro, compare sulla scena mondiale chi ha distrutto ogni idea di Stato sociale, l’ha smantellata, maciullata, riportando indietro le lancette della storia al 2293. Era Margaret Tatcher. Oggi Donald Trump. Potremmo dargli lo stesso nome che gli aveva dato Volponi: Moneta. L’apologo era davvero profetico.

Il-pianeta-irritabile-Paolo-Volponi-copokScheda libro

Autore: Paolo Volponi
Titolo: Il pianeta irritabile
Casa Editrice: Einaudi
Anno: 1978 (ET 2014)
Pagine: 186
Prezzo: 11 Euro

Pubblicato in Narrativa.

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