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Niente di nuovo sul fronte occidentale: Erich Maria Remarque e una generazione distrutta dalla guerra

«Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra»

 

Niente di nuovo sul fronte occidentale è tra le prime fatiche dello scrittore Erich Maria Remarque, opera che fu uno dei massimi successi del secolo e che rese celebre il proprio autore. Edita da Neri Pozza Editore, la creatura di Remarque si dimostra un’opera breve, estremamente asciutta e semplice nello stile e nel linguaggio, come se l’autore avesse voluto arrivare al cuore del maggior numero di persone attraverso quella stessa lingua – veloce e priva di retorica – che lui stesso aveva dovuto utilizzare in trincea; la stessa lingua che i giovanissimi protagonisti di Remarque sono costretti a maneggiare per esprimere affetto e per salvarsi la vita l’un l’altro.Un volume che sin dal principio ebbe enorme successo ma che fu allo stesso tempo aspramente criticato, sino a giungere ad essere messo al bando e, successivamente, al rogo.

Chi è Erich Maria Remarque?

Pseudonimo di Erich Paul Remark, l’autore decise di firmare le proprie opere riadattando la grafia francese del proprio cognome – appunto Remarque con cui la famiglia era stata da sempre conosciuta, avendo quest’ultima origini francesi – e il nome della madre Anna Maria. Durante la Prima Guerra Mondiale, Remarque venne convocato sotto le armi andando a colmare le fila di quella stessa «gioventù di ferro» chiamata a difendere la Patria in pericolo di cui si parla spesso all’interno di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Siamo nei primi decenni del ‘900 e l’Impero Tedesco ha un estremo bisogno che i propri giovani difendano i confini, ma soprattutto necessita di una gioventù fermamente convinta e fiduciosa che questo sia l’unico modo per rendere onore e rendere grande la propria Patria.

Erich Maria Remarque era un giovane ragazzo che partì per la trincea avendo solo sentito storie e racconti di quei luoghi terribili ma allo stesso tempo eroici, esattamente come il protagonista del libro – Paul Bäumer – e i suoi compagni di classe – Kropp, Müller e Leer – conoscono solo ed esclusivamente ciò che il loro professore Kantorek gli ha detto della guerra e di loro stessi: Bäumer e tutti i suoi compagni sono la «gioventù di ferro», giovani ragazzi invincibili che sono chiamati a compiere una tra le più nobili aspirazioni; difendere la Patria.

«Kantorek era il nostro professore: un ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo. Aveva press’a poco la stessa statura del sottufficiale Himmelstoss, “il terrore di Klosterberg”. Del resto è strano che l’infelicità del mondo derivi tanto spesso dalle persone piccole, di solito assai più energiche e intrattabili delle grandi. Mi sono sempre guardato dal capitare in reparti che avessero dei comandanti piccoli: generalmente sono dei pignoli maledetti. Nelle ore di ginnastica Kantorek ci teneva tanti e tanti discorsi, finché l’intera classe, sotto la sua guida, si recò compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Lo vedo ancora davanti a me, quando ci fulminava attraverso i suoi occhiali e ci domandava con voce commossa: “Venite anche voi, vero camerati?”.
Questi educatori tengono spesso le loro convinzioni nel taschino del panciotto, pronti a distribuirne un po’ ora per ora. Ma allora noi non ci davano pensiero di certe cose».

L’importanza di un Maestro

Poche semplici parole all’inizio dell’opera che aprono un mondo per il lettore, toccando i più disparati temi e facendo comprendere a colui che sta leggendo innumerevoli aspetti di Paul. Uno stile semplice e facilmente capibile, ma articolatamente ingenuo come possono essere i pensieri di un diciottenne convinto di aver intuito tutto sulla vita; un linguaggio che accompagnerà il lettore sino alla fine dell’opera, tenendolo per mano nei momenti di gioia e facendo arrivare le risate dei differenti personaggi dritte al cuore come vere e proprie stilettate, ma anche negli attimi più terribili ove si percepisce il peso soffocante di un compagno ferito e portato sulle spalle, nella speranza – inutile – di salvargli la vita.
Poche semplici parole che toccano anche il tema fondamentale dell’educazione e di quanto quest’ultima sia importante, ma soprattutto di quanto un insegnante possa influenzare le nuove generazioni, tanto positivamente quanto negativamente.

«Ce n’era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Josef Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Alla fine si lasciò persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso ridicolo. […] Per uno strano caso, fu proprio Behm uno dei primi a cadere. Durante un assalto fu colpito agli occhi, e lo lasciammo lì convinti che fosse morto. Portarlo con noi non si poteva, perché dovemmo ritirarci in gran fretta. […]
Naturalmente non si può far carico di questo a Kantorek: che sarebbe del mondo, se già questo si dovesse chiamare una colpa? Di Kantorek ve n’erano migliaia, convinti tutti di agire per il meglio nel modo che gli era più comodo.
Ma qui appunto sta il loro fallimento.
Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. […] Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione».

«Né un atto d’accusa né una confessione»

Dopo aver vissuto la Grande Guerra ed esserne uscito ferito ma salvo, Erich Maria Remarque decise di raccontare tutto ciò che aveva visto e provato. Niente di nuovo sul fronte occidentale apparve in volume nel 1929. Opera che riscosse sin dal principio un enorme successo per lo scalpore che destò nel pubblico tedesco ed europeo. Un libro che attraversò innumerevoli vicissitudini per giungere fino a noi. Nonostante l’autore avesse provato a spiegare l’intento della propria opera con le poche righe che la introducono, quest’ultima venne considerata come un vero e proprio atto d’accusa, il pensiero di un autore che criticava non solo la guerra ma anche – e soprattutto – quel che circondava quella dimensione bellica che spinse innumerevoli giovani verso il freddo abbraccio della morte: la società che dovrebbe crescere e curare l’educazione delle future generazioni in primis.

Accusato di disfattismo e tradimento dal governo nazionalsocialista – dal momento che l’opera non esaltava l’eroismo di chi combatte, celebrando ciò che per loro era la più nobile tra le aspirazioni, bensì descrivendo la “banale” realtà della guerra – Erich Maria Remarque si vide revocata la cittadinanza tedesca. Costretto all’esilio, dovette rifugiarsi in Svizzera sino allo scoppio della II Guerra Mondiale, che gli impose ancora una volta di fuggire in America. Niente di nuovo sul fronte occidentale fu dapprima bandito e successivamente messo al rogo dai Nazisti. In Italia non subì una sorte particolarmente diversa, considerando che la pubblicazione del volume ad opera di Arnoldo Mondadori e la seguente circolazione venne vietata. Solo dopo le insistenze della casa editrice, Mussolini ne consentì la stampa ma non la distribuzione in Italia; non è un caso che la prima edizione della Mondadori contenga la dicitura “edizione per l’estero” e che quest’ultima venne distribuita solamente fuori dall’Italia.

«Il tentativo di raffigurare»

L’obiettivo di Erich Maria Remarque è stato certamente «il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra», ma emerge con forza la realtà di quest’ultima, descritta con un’oggettività che quasi non appartiene all’essere umano. Ciò che Paul Bäumer dipinge è un quadro talmente realistico e privo di emozioni da sembrare irreale; i pennelli che toccano delicatamente la tela riuscendo però a squarciarla sono le sensazioni di un ragazzo che oramai ha anestetizzato emozioni e sentimenti, ciò che prova è solo e unicamente l’istinto primordiale di sopravvivenza.

«Per esempio: quando Müller aspira a ereditare gli stivali di Kemmerich, non è addolorato per la morte del compagno meno di un altro che a una cosa simile neppure oserebbe pensare. Soltanto, Müller ha imparato a distinguere. Se gli stivali potessero essere di qualche utilità a Kemmerich, l’amico camminerebbe scalzo sul filo spinato piuttosto che pensare a come farli suoi. Ma gli stivali non hanno nulla a che vedere con la situazione di Kemmerich, mentre Müller saprebbe bene come utilizzarli. Chiunque ne venga in possesso, Kemmerich morirà ugualmente. E allora, perché Müller non dovrebbe stare all’erta? Ne ha maggior diritto lui che un infermiere militare!»

E proprio questo gridano le righe scritte da Erich Maria Remarque: una quotidianità surreale dovuta alla perdita di umanità che la guerra comporta. Sin dalle prime pagine il protagonista si confronta con la morte dei suoi compagni e, nonostante la tristezza e l’angoscia, la praticità è sempre il primo pensiero. I capitoli si susseguono come macigni sempre più pesanti nel cuore del lettore, che lentamente e inesorabilmente si abitua a anestetizza, fino ad essere triste per la morte di un compagno ma non abbastanza da commuoversi. Solo alla fine – e dopo una licenza che ha messo il povero Paul di fronte alle proprie “sconosciute” emozioni – il lettore è in grado di capire cosa significhi realmente la guerra e, soprattutto, cosa voglia dire per un uomo vivere perdendo la propria umanità.

«[…] “Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, non ti uccidere, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello che ha determinato quella risoluzione. Io ho pugnalato quella formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora ho pensato alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani proprio come noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e la stessa sofferenza… perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello, come Kat, come Albert. Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perchè io non so che cosa ne potrò mai fare”.»

 

Erich_Maria_Remarque_Niente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale_copdefScheda del libro:

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Prima edizione: 1931
Editore: Neri Pozza
Anno: 2016
Pubblicato in Narrativa, Senza categoria e taggato .

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