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Malachy Tallack è uno scrittore e cantautore britannico che ha pubblicato in Italia, da Bompiani, nel 2021, il romanzo La valle al centro del mondo, e nel 2024 Il grande Nord. Un viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo, nella collana “I Corvi” di Iperborea, per la traduzione di Stefania De Franco. Il titolo originale è: Sixty degrees north. Around the world in search of home, cioè l’autore va in cerca di un posto dove stare, dove sentirsi in pace con sé stesso e la natura, seguendo una linea immaginaria circolare nella zona più a nord del pianeta. Un libro del 2015. Nel 2025 è uscito sempre per Iperborea un suo libro naturalistico e meditativo sulla pesca con la mosca, Illuminati dall’acqua.
Il viaggio di Malachy Tallack, mosso dal dolore
Nelle prime pagine Malachy Tallack racconta la sua vicenda famigliare, il trasferimento a dieci anni dall’Inghilterra alle Shetland, dopo la separazione dei genitori, e poi la morte del padre in un incidente stradale, mentre lui lo aspettava sulla riva di un lago, pescando. “Il giorno in cui guardai dalla finestra sognando il parallelo ero bloccato da mesi, perso e svuotato dal dolore. Ero in cerca di un appiglio. Ero in cerca di una strada”. Quella del sessantesimo parallelo nord è una storia che accomuna le Shetland a San Pietroburgo, alla Groenlandia, al Canada, all’Alaska, alla Siberia: quelle isole non sono soltanto un minuscolo arcipelago sopra la Scozia ma un luogo isolato collegato ad altri territori da una linea immaginaria.
Comunque la smania di conoscerli non è l’unica motivazione che lo spinge al viaggio. Paradossalmente, c’è anche il desiderio del ritorno, dopo l’avventura. “Sono partito, deciso a visitare uno dopo l’altro ciascun paese che si trova sul sessantesimo parallelo. Viaggiando verso ovest insieme al sole e alle stagioni, ho attraversato la Groenlandia in primavera, l’America del Nord in estate, la Russia in autunno e i paesi scandinavi in inverno.”
Verso l’ignoto, dentro l’inconscio
La prima tappa è nel sud della Groenlandia. “L’elicottero atterrò sulla pista accidentata di Nanortalik, che ha lo stile caratteristico della Scandinavia del nord, con le case di legno rosse, gialle, viola, verdi e addirittura rosa, alcune pastello, altre sgargianti”. Malachy Tallack ne ripercorre la storia e ne espone i problemi attuali, in particolare quelli legati alla cultura degli Inuit, al loro rapporto con tutto ciò che vive nel territorio e la caccia, interessi diversi da quelli degli insediamenti europei, che mirano alle risorse minerarie. I suoi dialoghi sono ricchi di sensibilità e preoccupazione.
Poi si sposta nel nordovest del Canada. Fort Smith. Il viaggio verso nord è un allontanamento dalla civiltà per affrontare l’ignoto e l’inconsueto. Margaret Atwood dice che è come immergersi nel nostro inconscio. In effetti questi luoghi lontani e sperduti richiedono sensibilità diverse e anche riscoprire attitudini perdute. “Viviamo in un’epoca di grande isolamento e alienazione in cui i social network vengono spacciati per un’alternativa praticabile o per sostituti della comunità, di cui sono la parodia”. Riconoscere che le persone sono tra loro interdipendenti – specialmente in questi agglomerati lontani dalle principali vie di comunicazione – “è l’atto fondativo di una comunità”, scrive Tallack.
Luoghi dove il tutto resta indicibile
Lungo il sessantesimo parallelo, nella penisola di Kenai (Alaska) si trovano altri luoghi che invitano a meditazioni profonde. Pescare poi ne acuisce il desiderio. “Ha il potere di disinnescare tutto quello che si desidera ignorare… l’acqua attorno a noi s’impossessò di occhi e orecchie fino a riempirci come una fantasticheria o una visione… eravamo circondati dalla foresta e, più oltre, dai versanti dei monti striati di neve. Sull’acqua le rondini danzavano come farfalle e, più in alto, un’aquila di mare testabianca volava senza fretta, quasi seguisse la stessa corrente inesauribile dell’imbarcazione. Intorno c’era il rumore bianco dell’aria e dell’acqua mentre sotto di noi il fiume si contraeva e fremeva come un muscolo”.
La qualità delle descrizioni di Tallack è davvero notevole, sembra quasi una sfida alla citazione da Carl Gustav Jung, quando dice che “Il progresso verso il logos è certamente una grande conquista, che però si paga con la perdita della realtà”. Cioè nel contatto con la natura, spiega Malachy Tallack, l’aspetto più penalizzante è la nostra dipendenza dalla lingua, perché crea una distanza tra noi e ciò che osserviamo. “La natura selvaggia era in me quanto io ero in lei”. La delicatezza e la precisione delle sue sorprendenti descrizioni in effetti lasciano sempre un fondo di amarezza, che forse dipende dal fatto di non essere lì, di fianco a lui. Il racconto è il nostro antico modo di decifrare le emozioni, di scansionare i fatti, di farli riemergere, ma restano sempre enormi residui dimenticati e sensazioni inesprimibili.
La natura specchio dei nostri demoni
L’attraversamento dell’immensa Siberia non può che rievocare le storie di deportazioni e sofferenze e tragedie: “foreste impenetrabili e città senza leggi, povertà e alcolismo, freddo intenso e intensa crudeltà”, quasi ci fosse un passaggio di testimone dalla Russia degli Zar (Memorie di una casa di morti, Dostoevskij, L’isola di Sakhalin, Anton Čechov) a quella sovietica (Arcipelago Gulag, di Aleksandr Solženicyn, o Varlam Tichonovič Šalamov, I racconti di Kolima, per citarne solo due).
“La Siberia non può disfarsi della sua storia spaventosa. Si aggrappa alla terra, distorcendola e nascondendola sotto gli orrori del passato. Eppure gli spiriti sinistri che sembrano perseguitarla non le appartengono: non sono spiriti del luogo, sono i nostri demoni. La civiltà occidentale esige la stanzialità. In Siberia, invece, un rapporto simile è insensato. I nativi erano nomadi perché erano il luogo e il clima a imporlo”. E tuttavia: “Quando ripenso alla Kamčatka ricordo ancora le emozioni intense che provai e il forte desiderio che avevo di tornarci”.
Sulla via del (non) ritorno
Seguendo sempre il parallelo, il viaggio di Malachy Tallack prende la via del ritorno, dapprima San Pietroburgo, la Finlandia e le isole Åland, la Svezia e la Norvegia, e infine di nuovo le Shetland. “Alcuni mesi dopo il ritorno dal viaggio accadde una cosa. Non credo sarebbe utile darle un nome, perché sofferenze simili sono sempre lontanissime dalle etichette che affidiamo loro. La definirò il crollo di ogni certezza e la costante erosione di ciò che mi aspettavo restasse integro. Fui travolto da un profondo senso di smarrimento.” Difficile dire se un viaggio così estremo e in solitudine, alla ricerca più di sé stessi che dei luoghi, possa concludersi con il nostos, la nostalgia di una home, probabilmente no, è qualcosa che resta come esperienza nelle profondità della coscienza, un’inquietudine per il momento sedata, che probabilmente si risveglierà, verso quegli enormi territori circoscritti dal sessantesimo parallelo nord… ammesso che la stupidità umana, che con ridicola facilità raggiunge i luoghi del potere, non ne cancellerà l’incanto.
Scheda libro
Autore: Malachy Tallack
Titolo: Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo
Traduzione: Stefania De Franco
Editore: Iperborea
Anno: 2024
Pagine: 244
Prezzo: euro 18.50
EAN: 9788870918175

