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“La macchina da cucire. Geologia del dolore”, la poesia di Daniele Ricci

Appunti per La macchina da cucire. Geologia del dolore di Daniele Ricci

Fare il punto: pubblicazioni, date, esperienze

1 – Prima, fare il punto: nel 2022 esce per Pequod Lezione di meraviglia e dopo tre anni una nuova raccolta, nel febbraio 2025: La macchina da cucire. Geologia del dolore. Sono stati tre anni intensi per Daniele Ricci, sotto vari aspetti: letture, incontri, confronti, festival. Nelle Note e ringraziamenti e nella Nota bio-bibliografica che corredano il libro si possono ripercorrere alcune delle tappe più significative del suo percorso, almeno finora perché l’elenco si arricchisce con una certa frequenza — del resto sono appuntamenti inevitabili e anche l’occasione per conoscere un mondo di relazioni, entrare in amicizia con altri poeti, partecipare appunto a rassegne e letture pubbliche in varie parti d’Italia. Tuttavia, la prima cosa che Daniele Ricci ha pensato di fare, dopo la pubblicazione di Lezione di meraviglia, è stata recuperare i testi precedenti, poiché c’è una zona meno nota della sua vita culturale, dopo l’esperienza dell’insegnamento all’estero: nel 2002 aveva conseguito un master in poesia contemporanea all’Università di Urbino, organizzato e tenuto da Umberto Piersanti, Massimo Raffaeli, Gualtiero De Santi, Katia Migliori e Roberto Galaverni. Dunque sono state riordinate e ripubblicate le due raccolte precedenti: Il filo del vento. 1998-2005 (con una nota critica di Andrea Angelucci, Dialoghi 2023) e Lontananze (nota introduttiva di Gianni Iasimone, Bertoni editore 2024), che ricostruiscono cronologicamente il suo cammino.

Daniele Ricci nell’ascolto della propria voce

Quindi nel giro di tre anni intensissimi Daniele Ricci è emerso ma – come per altri casi poetici analoghi – si tratta in realtà, per parafrasare un titolo di Gianfranco Contini – di una lunga fedeltà, di un continuo ascolto della propria voce interiore, che poi vedremo confermata in certe soluzioni di questo libro, pubblicato da Puntoacapo editrice e introdotto da una limpida prefazione del poeta e critico letterario Fabrizio Lombardo, molto utile per comprendere meglio il rapporto tra tradizione e innovazione nella poesia di Daniele Ricci.

Per immagini un racconto

2 – Viene spontaneo analizzare un libro per tutti i segnali che emette, in quanto oggetto di un un lavoro editoriale, pertanto ricco di segni, che tempo fa sono stati studiati accuratamente da Gerard Genette nella sua opera Soglie. I dintorni del testo. Il primo riguarda l’immagine, che si espande in tutta la copertina, un particolare di un quadro di Paolo Del Signore, Racconto, una dilagante urbanizzazione in mezzo alla quale la persona diventa una sagoma, quasi impercettibile, e il sole è nero. Un’invasione di costruzioni e oggetti. La scelta non è casuale. Ed è un primo aspetto su cui il lettore, magari inconsciamente, è portato a riflettere. È come se una scenografia si espandesse fino a inglobare l’evento dentro di sé e celarlo. Che cosa succede davvero attorno a noi? Non lo sappiamo, ci sono troppe cose che ci pressano da ogni parte. In questo intrico geometrico le poesie diventano improvvise rivelazioni.

Titoli e dialoghi, i percorsi sotterranei della poesia

3 – Il titolo, cioè i titoli. La particolarità è che non dialogano fra di loro, o almeno dialogano, questo è ovvio, nelle intenzioni dell’autore, ma la relazione non può essere percepita subito dal lettore, che dovrà ricostruire il nesso a posteriori: intanto si tratta di un titolo doppio, dove il primo cita un oggetto desueto, La macchina da cucire, (che Francesco Orlando, nel suo libro sugli Oggetti desueti nelle immagini della letteratura, classificherebbe tra quelli con funzione memoriale; non è evocativa solo perché non riusciamo ad associare un oggetto meccanico alla parola evocazione, ma ci arriveremo presto, credo), comunque questo oggetto ha anche un aspetto che gli americani definivano catchy, seduttivo o che suscita curiosità. Andavano molto di moda qualche tempo fa. Faccio un esempio da Raffaele La Capria: La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune. Oppure, Edmund Wilson: La ferita e l’arco. Sette studi di letteratura.

E qui appunto c’è un sottotitolo che sposta il terreno degli avvenimenti poetici: Geologia del dolore. Trascrivo l’incipit di Fabrizio Lombardo: “Da sempre la geologia mi affascina, genera in me immagini di scavi, percorsi sotterranei, canyon nati da erosioni, sottrazioni che la natura produce. In questo paesaggio il geologo si mette alla prova cercando elementi, materiali nuovi, reperti tentando di dare senso al tempo, di datare la materia che è anche un modo di datare la memoria”. Non solo il geologo, a volte lo speleologo. Il dolore diventa il tema principale, nelle sue varie configurazioni, e stratificazioni. E c’è la sottolineatura della datazione, infatti gran parte delle poesie hanno la data di composizione, quasi a storicizzare qualcosa di non storicizzatile, emergente.

Arrivi e partenze

4 – Il libro di Daniele Ricci è diviso in 2 poesie liminari e 7 sezioni anche se l’ultima si può considerare un epilogo, Il cappotto blu, senza epigrafe. Le prime sei sezioni, precedute da epigrafi, riportano questi titoli: Senza riparo, Boristene (le zone attraversate dal Dnepr, che scorre per l’Ucraina attraversando Kiev), Frammenti dall’inferno, La ginestra sul bordo della strada, L’asola dove passa la nostra vita, La macchina da cucire, infine, appunto, Il cappotto blu. Epigrafi. Ognuna guida un drappello di testi. Risulta subito evidente che il percorso del libro è inverso rispetto al titolo, come se la macchina da cucire fosse il punto di arrivo e non di partenza. Dunque si va dal presente tragico, dall’empatia verso la sofferenza che si manifesta vicino all’autore, per strada, o attraverso quei media che Paul Virilio chiamava simulatori di prossimità, fino ai dolori più lontani nel tempo ma che restano come tracce di eventi che ci hanno profondamente ferito. Forse qui l’esito lirico sembra inevitabile, nasce da una sensazione di impotenza e stupore, filtrata dal Daniele Ricci umanista e poi affidata a un linguaggio sorgente.

Nelle epigrafi un intento-guida

Resta un’ultima osservazione pedante. Le sezioni sono anticipate da epigrafi, tranne l’ultima in quanto epilogo. Dunque, non si può non notare il valore compositivo di tutta la raccolta, un valore che si aggiunge alle sequenze dei singoli testi poetici, perché le epigrafi hanno appunto nella composizione un intento-guida che prepara il lettore alla sua relazione con le poesie. Secondo me, tra le varie funzioni dell’epigrafe, credo che Daniele Ricci abbia scelto quella che raccomandava Stendhal in Armance: l’epigrafe deve aumentare la sensazione, l’emozione del lettore e non presentare un giudizio.

Ho avuto diversi amici che intarsiavano i loro testi di citazioni. Tra tutti Gabriele Ghiandoni, non senza esibizionismo, che era voluto, provocatorio a volte, e persino incastonandole nei testi, li chiamava “omaggi”; e Francesco Scarabicchi, anche nel suo ultimo libro postumo, La figlia che non piange: nei suoi libri, diversamente da Gabriele, dediche, eserghi ed epigrafi sono forme di affetto e riconoscenza, aumentano l’emozione del lettore. Ma infatti avevano caratteri opposti.

A questo punto dovremmo aprire il libro, almeno nelle due liminari. Leggiamo un’apertura suggestiva ma anche rivelatrice: un frammento della Ginestra e una poesia su un albero: noi non possiamo cambiare il nostro “basso stato” dice Leopardi, ma – sembra conversare con lui Daniele Ricci, quasi francescanamente in compassione con l’albero – “possiamo amarlo per il verde e la pazienza. / Vegliare su di lui mentre si quieta / nella notte profumata che scende”, e si riferisce ad un elemento naturale, del quale avverte profondamente la vicinanza esistenziale.

Connessioni, rivelazioni: come si muove la poesia

5 – Non vorrei intervenire troppo perché non mi piace invadere l’autorialità del lettore, però qualcosa penso che sia utile dire. Ci sono dei fatti che ci pungono come spine, lasciano il segno per giorni e giorni, violenze sociali, disuguaglianze di genere, resti del passato che si trascinano senza scopo fino all’oggi, falsità offensive, insensate ed efferate stragi, rigurgiti reazionari, e infliggono ferite non solo nel corpo delle società, sono ferite gravi, a volte richiedono cure di anni; sono violenze brutali a quel senso di umanesimo che fonda il contratto delle civiltà, per quanto siano tra loro diverse. Questi strappi improvvisi diventano aperture nella lingua, nel linguaggio specificamente poetico, e nella poesia lirica sono avvertiti come affronti ai valori assoluti, talmente traumatizzanti che le parole faticano a costruire un percorso per uscirne, per comprendere, ammesso che si possa farlo. Se seguiamo le direttrici dei verbi, colpisce “arrangolare” cioè avanzare a tentoni, arrancare: sono verbi di sincretismo, che qua e là cuciono i testi tra loro, anche a distanza di pagine, e valgono appunto come immagine di tutte le peregrinazioni sulla e nella crosta terrestre, anche dentro il sovrapporsi di strati degli eventi, ogni tanto con esempi, che è come soffermarsi inesorabilmente su un particolare che non ci abbandona finché la poesia non ne ha certificato l’emergenza, non sempre appunto corredata di senso.

Di qui dunque le associazioni inattese, esiti a volte oscuri e visionari, tra i quali improvvisamente spiccano versi nitidi, quasi parlati, eppure tutti estremamente misurati nel loro valore fonico e metrico. Questo sottrarsi ai nessi logici consueti è come volere indagare in un altro modo, che ha una sua tradizione poetica. A suo tempo, agli esordi specialmente, Milo De Angelis. Ma ormai sono passati decenni da quei tempi, e ogni poeta ha avuto modo di elaborare a fondo nuove poetiche.

Camminare
e non sapere dove andare.
Riesco ancora a vedere.
Non conosco il respiro.
I nostri sguardi ondeggiano
in un silenzio
calmo e immenso.

Essere davanti a te
acqua e corpo
terra e sangue
per giungere
a questo rovescio di parole
nell’incanto dell’alba.

Stringo forte il filo,
filo e stelle
per cucire la notte.

(15 luglio 2023)

Nella poesia di Daniele Ricci il linguaggio che difende

6 – Cucire la notte. C’è un appunto, nella recensione recente di Carolina Iacucci a questo libro, che vorrei riproporre. Lei dice: drenare tutto il reale nel simbolico, bucare la superficie visibile per attingere a un nucleo invisibile… molto interessante, secondo me, perché sposta un po’ quell’occhio rivolto verso il basso della condizione umana, e lo rivolge verso qualcosa che sta oltre, rimarcando la tipica situazione estetica della lirica pura: cucire la notte… ma anche “drenare” (che nel gergo medico significa liberare una ferita da liquidi e pus) ha una sua verità nella poesia di Daniele Ricci, infatti più avanti sempre Carolina Iacucci dice: una lingua che incrina l’adesività tra significante e significato, pregna allusività e franta coerenza logica: l’autore si fida della parola che affiora alla coscienza, la giudica più autentica di altre sebbene la sua coerenza logica sia tutta da indagare, sia da parte autoriale, dove viene documentata, sia da parte del lettore, che è chiamato a intuirne i possibili nessi o semplicemente a farla propria; quello che conta comunque è che in questo caso la lingua della poesia diventa un sismografo, il quale, mentre traccia la sua linea frantumata del sisma, si accorge di non poter fare altro perché il linguaggio, come dice il linguista Dereck Bickerton, è quello di cui la natura non ha bisogno: giusto per tornare a Leopardi. Tuttavia noi sì, noi ne abbiamo bisogno, è qualcosa che abbiamo costruito e affinato nel tempo, che abbiamo modellato e arricchito e approfondito, soprattutto con la poesia, e ci serve se vogliamo sopravvivere, e collegarlo ai sentimenti, (anche questa funzione si sta indebolendo nella società e non dipende dalla tecnologia, la tecnologia è solo uno strumento nelle mani di chi agisce in questo senso). Dunque, amare il mondo in cui siamo, però cercando di conoscerlo, come fa la geologia, la metafora scelta da Daniele Ricci, oppure, come diceva Seamus Heaney: scavando. Abbiamo un disperato bisogno di linguaggio che non offende ma difende la condizione umana. La cognizione del dolore ci può far risalire alla malattia.


Daniele-Ricci-La-geologia-del-dolore-copokScheda libro:

Autore: Daniele Ricci
Titolo: La macchina da cucire. Geologia del dolore.
Prefazione: Fabrizio Lombardo
Editore: Puntocapo editrice, 2025
Pagine: 102
Prezzo: Euro 15

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