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La ragazza del Kyūshū, il noir di Matsumoto Seichō

La ragazza del Kyūshū è ambientato a Tokyo. Un prestigioso avvocato,“un grosso e difficile caso” che continua a tormentarlo e un cliente, che ride e parla “senza sosta”, troppo importante perché lo si possa “liquidare sbrigativamente”.
All’improvviso, fra i pensieri, l’immagine dell’amante: ha declinato il suo invito a raggiungerla, ma forse “non è ancora tardi”. Guarda l’orologio e quel gesto fa desistere il suo interlocutore. Si prepara finalmente ad uscire, quando un nuovo ostacolo s’intravede: “una giovane donna” con “un vestito bianco” “che non la faceva passare inosservata”.

È Kiriko, ragazza del Kyūshū, giunta a Tokyo dopo venti ore di viaggio e gli ultimi risparmi spesi, fiduciosa di poter convincere l’avvocato Ōtzuka ad assumere la difesa di suo fratello, accusato di rapina ed omicidio. Sono pochi istanti e l’uomo ha fretta, immagina la sua amante Michiko in mezzo a uomini che la corteggiano.

Si potrebbe già circoscrivere in questa scena iniziale il nucleo del noir di Matsumoto Seichō, quell’atmosfera in cui la volontà e i presagi dei personaggi si alternano per sfuggire alla consapevolezza e alle conseguenze delle proprie azioni.
Più che la ricerca di un assassino, si indagano i meccanismi psicologici che certi eventi inevitabilmente innescano fra le persone e dentro se stessi.

La ragazza del Kyūshū: la colpa fra tradizione e modernità

Un’usuraia, un prestito e un delitto. Quella de La ragazza del Kyūshū sembrerebbe una storia già scritta, ma se esiste, e indubbiamente esiste una parte dostoevskiana in questo libro di Seichō, è sicuramente più nascosta, legata alle idee di senso di colpa, responsabilità e vendetta: sono i Karamazov, l’inerzia colpevole di Ivan, la resa al proprio destino di Dmitrij, la vendetta di Smerdjakov.

In questo noir, in cui si lascia solo intuire il colpevole, neanche fosse un “pasticciaccio” di Gadda, Seichō racconta una società: le contraddizioni fra tradizione e modernità, la rigidità e il distacco fra le classi sociali, il divario incolmabile creato dal denaro, per cui un uomo nota su una bella ragazza un abito di “un tessuto scadente”, e l’umiliazione e la rabbia che subiscono i poveri.

Un romanzo filosofico, universale e allo stesso tempo radicato nella società giapponese degli anni Sessanta, in cui se ci sono donne proprietarie di uno dei locali più chic di Ginza,che allacciano relazioni con due uomini contemporaneamente, uno addirittura più giovane, esistono giapponesi a cui “fa ancora strano ”vedere” una famiglia americana in cui è “il marito che” sta “dietro ai figli”, dedicando “maggior attenzione alla figlia femmina”.

Tokyo, una città protagonista

Poi c’è Tokyo: non sfondo, ma protagonista, raccontata attraverso i personaggi.
Ginza è il quartiere ricco ed elegante in cui si muove Michiko, proprietaria del raffinato ristorante di cucina francese Minase: è una “donna molto avvenente”, che attira “l’attenzione anche quando” cammina “per le strade” di quel quartiere che le somiglia.
Il giovane giornalista Abe e i suoi colleghi, terminato il numero del giornale, non hanno “ancora abbastanza soldi per andare a festeggiare nella zona ovest di Ginza” e optano per un “bar defilato in cui si può restare fino a tardi, senza che la polizia venga a dar fastidio”.

Ōtzuka osserva Tokyo dall’alto, dalla finestra del suo studio: “i rami spogli degli alberi” che si agitano “al vento”, “la strada sottostante”, “una valle appena illuminata”, in cui “le persone” procedono “curve lungo la penombra del marciapiede”.
Infine, Kiriko: quando arriva nella grande città, la guarda stupita “come una cartolina di epoca Meiji, con i suoi palazzi all’occidentale”; “l’intera scena” le pare “uscita da un’incisione, pesante e cupa” e “se in strada” “avesse visto delle carrozze con i cavalli, non le sarebbe sembrato così strano”. Poi finisce a lavorare in locali sempre più squallidi, passando da Ginza est ai vicoli di Shinjuku e attraversa stradine anguste, che ospitano “migliaia di minuscoli bar e taverne”.

La ragazza del Kyūshū, la ricostruzione del caso

Il caso giudiziario è ricostruito con un intelligente stratagemma: i fatti vengono descritti attraverso la lettura delle pagine di un giornale locale del Kyūshū cercate da Abe in un archivio, a cui fanno seguito gli atti giudiziari, con testimonianze, accuse e interrogatori, che Ōtzuka richiede ed esamina. Come se l’autore volesse accompagnarci verso una ricerca dei dettagli e un’analisi via via più profonda: dalla narrazione emotiva e interessata di sua sorella alla cronaca del giornalista per finire con quella distaccata e assoluta della legge.

Stile, le parole come quadri

La prosa è quasi inscindibile dalla trama: la pervade, incarnando una cultura, quella giapponese, e dando forma alle storie e ai concetti dei protagonisti. È lineare, pura come l’acqua di un giardino zen, di una chiarezza per cui Seichō è stato spesso paragonato a Simenon, ma non teme di usare ripetutamente similitudini e metafore: quotidiane, concrete, a volte stilizzate, ma dal forte impatto emotivo e immaginifico: “come piccoli fagioli di soia neri i bambini cominciarono ad arrivare”, mentre “i passeggeri si muovevano veloci come insetti”; “negli interstizi” “vide un mozzicone di sigaretta annerito e imbrattato di fango. E questo le fece venire in mente suo fratello”.

Pare di star davanti a certi quadri della pittura tradizionale giapponese e questo succede anche quando l’autore dosa luce e ombre sul colore: “Tokyo era coperta da un velo grigio che la faceva somigliare a un modello di cartapesta”; “la sua figura candida svanì nella penombra”. Ma la prosa si fa più densa e incisiva quando fa calare nel racconto presagi e sensazioni senza mai appesantire la scena: “era come se qualcosa di acuminato l’avesse colpito in viso”, gli “sembrò che un’improvvisa raffica di vento lo avesse investito”.

“E sentiva la stessa amarezza che si prova quando un malato muore sotto le cure di un mediocre tirocinante, perché un bravo medico gli ha negato il suo aiuto. Senza contare la fretta che aveva quel giorno, di correre a Kawana per vedersi con Michiko.”

 


La-ragazza-del-Kyushu-Seicho-Matsumoto-copertinaScheda del libro

Titolo: La ragazza del Kyūshū

Titolo originale: Kiri no hata

Autore: Matsumoto Seichō

Editore: Adelphi Edizioni

Traduzione dal giapponese: Gala Maria Follaco

Prima edizione: ChuoKoronsha, 1961

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