anello mancante racconto lucia nico

L’anello mancante. Racconto di Lucia Nico

di Lucia Nico

Quella serata autunnale era molto fredda. Percorrevo in fretta le vie del centro città; non ero abbastanza coperta, e le nuvole in cielo sembravano minacciare pioggia da un momento all’altro. La luce naturale era calata ormai da un po’, e le strade si erano illuminate di quella dei lampioni, dei negozi e dei monumenti. La gente era indaffarata -proprio come me – nel rientrare a casa dopo un’altra giornata trascorsa.

Arrivai nei pressi di uno spiazzo. Quel punto mi piaceva tantissimo di sera. Le finestre dei palazzi erano illuminate, e all’interno di esse tutto sembrava avvolto in un’aura calda e accogliente. Le serrande dei negozi si stavano abbassando, e gli ultimi clienti vi uscivano frettolosamente, mentre i proprietari – intrepidi di rientrare a casa – li salutavano con una cortesia dietro alla quale si celava la stanchezza della giornata. Avrei consumato una cena frugale a casa.

Era vecchia ma accogliente, e per una studentessa fuori sede come me si trattava già di un lusso. La posizione era buona, in pochi metri riuscivo a girarmi ovunque, e questo aspetto aveva grandi comodità, essendo sprovvista di altri mezzi privati. La mattinata successiva sarebbe stata impegnativa, per questo avevo deciso di coricarmi presto dopo la mia solita tisana calda.

“La conoscenza attraverso i propri occhi è il metodo più infallibile che io conosca” – il mio professore di storia dell’arte si muoveva sempre durante le spiegazioni, e questo motto – ripetuto quasi quotidianamente – restava impresso nella mente di ogni generazione di studenti che passava da lui. Così le visite guidate erano ormai diventate una routine, avendo fra l’altro la possibilità – proprio perché fatte per motivi di ricerca – di usufruirne con sostanziose agevolazioni. Visita a due palazzi antichi, alle rispettive cappelle e ai loro giardini. Questo sarebbe stato il fitto programma della giornata, spalmato lungo tutto il corso della mattina e delle prime ore pomeridiane. Spensi le luci presto, mentre la città pullulava ancora di vita nelle ultime ore di un qualunque giorno feriale.

Quando noi studenti arrivammo al luogo prestabilito, il professore era già immerso nella spiegazione dettagliata delle tecniche utilizzate per realizzare i dipinti della galleria d’ingresso. L’appuntamento era stato fissato davanti al portone principale del palazzo più grande, ma lui aveva già iniziato la sua esegesi prima ancora che il gruppo si riunisse al completo.

Lo seguimmo tutti con interesse, cercando di farci strada attraverso un crocchio di turisti, i quali, sempre più stupiti, si giravano e rigiravano con gli occhi fuori dalle orbite per meraviglie mai viste prima. Solo alcune parti della struttura erano accessibili, così dopo non molto, passammo ai giardini e quindi ad una spiegazione dei vari stili, in una passeggiata interrotta di continuo da precisazioni interessanti ma talvolta dispersive. Il professore era così, amava talmente tanto il suo lavoro da non accorgersi – durante un qualunque discorso – di deragliare completamente dal seminato.

Lo spazio dedicato al verde era molto ampio, ma quel giorno sembrava spento e senza vita, perché la giornata era cupa e ovattata. Quasi silenziosa, nonostante i rumori della città vicina. Le nuvole erano ancora basse, perché avevamo iniziato l’attività nelle prime ore del mattino, e avvolgevano delicatamente ogni cosa quasi a volerci tenere sospesi in un’aura di mistero. La descrizione dei giardini durò a lungo; tra gli spazi accessibili alle visite quello all’aperto era il più grande. La stanchezza e la fame si facevano sentire, ma sembravo, a quanto pare, l’unica soggetta a tali esigenze. Tutti interessati e diligenti, gli studenti seguivano il loro mentore nelle sue elucubrazioni.

Ero rimasta in fondo, così decisi di darmi una mossa e raggiungere il gruppo, perché il torpore piombatomi addosso mi aveva distratta. Arrivò il momento di visitare l’ala superiore del secondo palazzo; la foschia autunnale si era estesa ancora di più, togliendoci la possibilità di ammirare il panorama intorno. Indolenzita dal freddo, mi misi ugualmente alla sequela degli altri e insieme cominciammo la salita lungo i massicci scalini marmorei del palazzo.

Il professore aveva stabilito che avremmo fatto tutto il percorso senza pausa pranzo, così da sfruttare il più possibile le ore di luce. Del resto, una sosta – pensai con ironia – sarebbe stato un privilegio eccessivo per studenti che avrebbero dovuto irrobustirsi – più che nel fisico – nello studio e nell’amore della conoscenza e del bello. La scala era lunga e ripida. Prima della metà avevo già un po’ di fiatone.

Un senso di leggera oppressione mi pervadeva, vedendo che il percorso si restringeva pian piano davanti a me. Il tetto iniziava ad abbassarsi, le pareti si incurvavano. La scala diventava a chiocciola, e pareva essere proprio quella l’incredibile caratteristica artistica del luogo. Sentivo la necessità di appoggiarmi con entrambe le mani alle estremità del muro per sorreggermi. Neppure la visita alle catacombe, quando all’università avevamo affrontato le persecuzioni cristiane, mi era sembrata così difficoltosa come quel giorno. Per andare avanti e raggiungere la sommità della scala sarebbe stato necessario seguire i gradini, e quindi abbassarsi di conseguenza. Non riuscivo a comprendere come gli altri potessero sentirsi così pieni di energia di primo pomeriggio, quando la mia massima aspirazione sarebbe stata quella di addentare un panino caldo. Ma il professore e il gruppo procedevano in maniera spedita. Ormai senza più forze, decisi di fare una pausa.

Trovai una piccola rientranza a livello di una finestrella e mi poggiai sulla gelida seduta di marmo. Da una piccolissima apertura intravidi un panorama meraviglioso, anche se avvolto dalla foschia. Poggiai la schiena contro il muro, le mani lungo i fianchi. Era tutto così freddo. La vista da lì però era bellissima. Proprio il grigio conferiva alla città un’aria di mistero, quella delle bellezze antiche segnate dagli avvenimenti, ma ancora così incredibilmente attuali. Ero già molto in alto e vedevo qualche terrazzo, ma senza riuscire a scorgere nulla della vita che trascorreva dentro gli appartamenti. Notai una piccola fessura tra il vetro della finestra e la parete. Mi stupii, perché sebbene stretta in larghezza si presentava molto profonda. Infilai le dita, mi sembrava di aver intravisto qualcosa, ma non riuscivo ad afferrarlo. Mi spinsi più infondo, ma avevo paura che la mano si incastrasse del tutto.

Pensai di ritrarmi ma avevo la percezione di aver scorto qualcosa, e mi sembrava un fatto davvero stupefacente in un luogo come quello. Si trattava di un piccolo sacchetto di velluto rosso. Era sporco e pieno di polvere. La mia innata curiosità mi spingeva ad aprirlo, ma non sapevo se fosse la cosa giusta da fare. Non riuscivo a capacitarmi di come mai quell’oggetto si trovasse in una fessura situata lungo un tragitto percorso da milioni di turisti. In ogni caso l’istinto prevalse. Il biglietto che scorsi all’interno del sacchetto era tutto sgualcito. “…promessa…25 febbraio 1944”. Non era leggibile l’intera frase. C’era qualcosa d’altro. Misi le mani dentro il velluto e trovai al suo interno un sottile anello d’oro. Era oro vero. Osservai con attenzione ciò che avevo rinvenuto. Un biglietto sgualcito, un anello e un sacchetto che li conteneva. Proprio su quel pezzo di stoffa vidi un simbolo. Pareva lo stemma della città, ero quasi sicura di averlo riconosciuto, e sotto di esso vi erano ricamate una A e una g. Cercai di mettere ordine tra le centinaia di pensieri che in quel momento affollavano la mia mente.

Per prima cosa avrei dovuto liquidarmi dal gruppo, così raggiunsi il professore e gli altri studenti, e con una banale scusa di un mal di testa tornai al portone principale. Dopo aver interpellato i responsabili della sicurezza del palazzo circa il mio ritrovamento, mi recai nell’ufficio che mi era stato segnalato, i cui addetti mi inviarono alla soprintendenza che si occupava di oggetti d’arte. Pur non essendo un cimelio di grande valore fui costretta a consegnarlo. Si trattava comunque di un oggetto scoperto all’interno di un palazzo storico. Anche se non l’avevo più sottomano continuava a ronzarmi nella mente insieme al biglietto, allo stemma sul sacchettino di velluto, e alla sigla sottostante.

Quel pomeriggio dopo la consegna feci una lunga passeggiata approfittando di un caldo sole, sebbene fosse molto ventilato. Mi fermai in un bar. Il gelato mi piaceva in qualsiasi stagione. La sera era il momento che prediligevo per lo studio, perché il traffico della città si faceva più tranquillo e riuscivo a concentrarmi meglio senza rumori di sottofondo. Sul libro d’arte stavo leggendo l’analisi di un dipinto, ma da un quarto d’ora lo sguardo era fisso sulla stessa frase. Distratta e sovrappensiero, ero finita per guardare fissamente solo l’immagine. Presi il computer e iniziai a cercare su internet lo stemma che avevo visto ricamato sul sacchetto. Non risultava nulla di così interessante, tranne il fatto che si trattasse del simbolo cittadino, cosa che avevo già capito da sola. Il buio era definitivamente calato e il freddo sempre più pungente, ma la mia cucina era ben riscaldata. Dalla finestra stretta e lunga mi affacciavo quando avevo bisogno di pensare.

I miei tentativi non mi avevano condotto da nessuna parte. Osservai la città illuminata. Mi sedetti di nuovo davanti al computer. Dovevo cambiare prospettiva; nella ricerca non utilizzai più solo il simbolo ma, abbinata ad esso, la sigla ricamata in corsivo. Le ore notturne passarono senza che me ne accorgessi. Riuscii a trovare qualcosa di interessante. Lo stemma della città, insieme alla scritta, era il simbolo di un negozio: A. g. cioè Antica gioielleria. Era il nome di una bottega. Feci una veloce indagine e scoprii che in città ne esisteva una sola con quel nome, ma che aveva chiuso ormai da diversi anni. Il giorno dopo mi sarei recata a quell’indirizzo.

In un vicolo della città, non distante dalla zona centrale, riconobbi subito ciò che cercavo. Una serranda arrugginita era calata su un luogo che dava l’impressione di essere chiuso da tempo. Doveva trattarsi proprio della gioielleria. Il negozio era in angolo, e si trovava al piano terra di un palazzo storico rimesso a nuovo. Sembrava infatti ristrutturato da poco, ma quel punto pareva non essere stato toccato. Pensai di affacciarmi all’esercizio commerciale più vicino. Feci un po’ di spesa di frutta e verdura, mi sarebbero state utili per la sera, mentre cercavo un aggancio per far nascere un dialogo con la proprietaria. Era una bella donna, curata anche se indossava il grembiule da lavoro, e molto affabile. Diede inizio lei alla conversazione, dicendomi che era la prima volta che mi vedeva da quelle parti.

Il suo era un piccolo punto vendita e normalmente era frequentato solo dalla gente di quartiere. Ammisi subito di non abitare nei dintorni. Parlammo del più e del meno, dal clima al fatto che fossi una studentessa fuori sede, fino a quando giunse il momento di affrontare il punto della questione. Dopo aver ripetuto quanto fosse colorato e accogliente il suo negozio, chiesi alla proprietaria il motivo dell’abbandono del locale a fianco al suo. Con un cenno di malinconia sul viso mi raccontò di quale luogo meraviglioso fosse stata quella gioielleria, e che era appartenuta ad una sola famiglia che si era tramandata il mestiere di generazione in generazione.

Erano molto amici tra commercianti; fin da quando era piccola veniva al negozio a sistemare le casse di frutta e verdura con il padre, e si era affezionata alla figlia dei proprietari della gioielleria, Tina, che talvolta le faceva da tata aiutandola nei compiti. Finita la scuola si portava spesso da studiare al negozio, tra gli odori degli agrumi e il fresco profumo delle erbe di campo. Ora che Tina era molto anziana e malandata, lei passava ogni giorno a salutarla dopo la chiusura. Abitava proprio lì sopra, nel grande appartamento all’interno di quel palazzo. Trasalii per un attimo. I miei occhi si erano illuminati. C’era qualcosa che mi stava portando a scoprire di più sulla gioielleria, e questo mi incuriosiva molto. Avrei dovuto solamente trovare il modo di parlare con quella signora. La commerciante mi disse che aveva moltissime buste pronte per le consegne a domicilio, alle quali si dedicava solo dopo la chiusura. Sarebbe dovuta passare da Tina. Mi invitò ad accompagnarla. La sera era ormai calata.

L’appartamento era molto elegante e signorile, e una gentile ragazza vestita di nero con un grembiulino bianco ci fece accomodare. Di fronte a noi c’era un lunghissimo corridoio, buio ma con meravigliosi quadri antichi. Posammo la spesa nelle mani della domestica che si premurò di sistemarla in cucina. Il salotto nel quale ci accomodammo si trovava sulla sinistra. Era piccolo ma molto curato. La carta da parati era di un verde spendente, il lampadario di cristallo luccicava e conferiva alla stanza un’atmosfera calda e familiare. Tina ci fece accomodare; fui presentata e iniziammo a parlare come due vecchie conoscenti.

L’anziana signora, sebbene fosse la prima volta che mi vedesse, mi prese subito in simpatia e mi invitò calorosamente a tornare in visita da lei. Mi ripresentai varie volte a casa sua. Da quando era rimasta vedova viveva solo con Caroline, sua fedele “assistente” – così la chiamava – ma i tre figli passavano almeno una volta al giorno a trovarla. Mi faceva vedere spesso le foto dei nipoti, e una volta incontrai anche la figlia, una donna bellissima. Doveva essere molto simile alla madre quando aveva la sua età. Conobbi il loro mondo e le loro storie. Tina mi parlò di come i genitori avessero costruito dal nulla la loro fortuna, diventando sempre più esperti nel loro mestiere e specializzandosi in particolare nei gioielli di forma orientale.

Fin da piccola si ricordava di quella bottega, era cresciuta lì. Col tempo la famiglia aveva avuto successo, si erano arricchiti. Tutto il palazzo dove ora lei viveva era il loro. Un pomeriggio piovoso mi mostrò le foto delle sue nozze. Moltissimi invitati, un luogo da favola per il ricevimento. Il suo era stato uno di quei festeggiamenti in cui si respirava la voglia di rinascita di una nuova era. L’unione con il marito era stata felice, sentiva ancora molto la sua mancanza. I loro figli però non l’avevano mai lasciata sola, da loro aveva avuto molte soddisfazioni. Arrivai da Tina tutta trafelata quella mattina, venivo direttamente da lezione.

Quando mi accolse in salotto, la domestica aveva già preparato diversi album sul tavolo di cristallo, perché la padrona di casa aveva intenzione di mostrarmi i luoghi più belli nei i quali lei e i genitori – in quanto gioiellieri – avevano lavorato. Mi raccontò dei facoltosi clienti che per lunghi anni si erano serviti al negozio acquistando gioielli e pezzi unici di arredamento. Sfogliai con grandissimo interesse quelle pagine; Tina pensava che in quanto studentessa d’arte la cosa mi fosse particolarmente gradita, e fu proprio così. I miei occhi si illuminavano di continuo, e si riempivano di meraviglia davanti alle cartoline, alle foto e ai calchi di quei luoghi straordinari. Ebbi un sussulto quando riconobbi un album interamente dedicato al palazzo in cui avevo ritrovato l’anello. Tina se ne accorse subito. Con lei non avevo minimamente accennato all’episodio, anche perché la correlazione tra le due realtà non mi era ancora chiara. Vedendomi interessata, mi raccontò a lungo di quel luogo; i proprietari ci vivevano con i tre figli, due femmine e un maschio, nato quando erano già in età avanzata. Portava molti anni di differenza dalle sorelle.

Era un bimbo maturo e riflessivo. Alla morte dei genitori, la famiglia dalle nobili origini decadde in fretta, perché i debiti che il padre aveva accumulato col tempo erano sempre rimasti nascosti a tutti, esclusa la servitù che non si vedeva gli stipendi pagati alla fine del mese, ma che del resto non poteva permettersi di alzare la voce. La sorella maggiore tentò per qualche tempo di tenere le redini della situazione, ma senza successo. Era stato allora che la soprintendenza aveva preso in mano quel luogo, che conteneva al suo interno opere d’arte dal valore inestimabile. Successivamente era stato trasformato in museo. Tina era molto legata alle ragazze, si occupava sempre lei di fare le consegne al palazzo. Nelle calde giornate d’estate trascorrevano in giardino interi pomeriggi. I loro piedi nudi camminavano nell’erba, le loro risate sonore invadevano tutto il circondario. Si commosse quando mi raccontò quella storia. Era poco più che una ragazzina, ma ricordava ogni dettaglio di quella parte di vita. In particolare, la seconda sorella le era affezionatissima. Nonostante le proprietarie avessero già una trentina d’anni, per loro la visita di Tina era sempre come quella di un’amica. Il piccolo di casa cercava spesso di unirsi alle loro merende, ma le sorelle lo allontanavano in malo modo. Erano rimaste sempre in contatto fra loro, ma alla morte delle due nobili Tina non aveva avuto più notizie della famiglia.

L’ascensore del palazzo era guasto da giorni, così dovetti fare tutti i piani a piedi. Ero esausta. Dopo un intero pomeriggio passato in biblioteca a consultare manuali per una ricerca sui pittori del Rinascimento, rientrai a casa senza molta voglia di cenare. Mi sarei aperta una scatoletta di tonno, ma alla fine il mio pasto si ridusse ad un tè con i biscotti. Caddi a peso morto sul divano; la città era tranquilla, anche il solito traffico si era un po’ quietato. Non riuscivo a togliermi quell’anello di mente. Ora avevo capito che esisteva una relazione molto stretta tra la gioielleria e la vita a palazzo. Consultai internet, ma non mi diede risposte. La famiglia, sì, era citata ma non erano fornite informazioni sullo stato attuale delle cose.

La mattina successiva, la mia indagine in biblioteca si focalizzò solo su ciò che – ormai da qualche tempo – occupava i miei pensieri. L’archivista smosse per me mari e monti. Pensava che il materiale ricercato fosse necessario per il mio lavoro universitario. Ci teneva molto allo studio e ai giovani, così mi diede una grossa mano. Riuscii finalmente a scoprire che il figlio maschio di palazzo era l’unico discendente della famiglia ancora in vita. Molto anziano, viveva in un grande villa costruita sullo scheletro di un antico monastero a circa cinquanta chilometri dalla città. Per le famiglie nobili del territorio quella rocca era la sede storica delle vacanze.

Nemmeno il tempo di pensarci e il giorno successivo mi ritrovai in auto per raggiungere la meta. La mia amica si era raccomandata di guidare bene, di porre attenzione ad ogni movimento, di rientrare al massimo dopo due giorni perché ai genitori – di quel “piccolo” prestito che mi aveva concesso – non aveva detto nulla. Quando la strada iniziò a salire mi preoccupai. Non ero abituata a guidare fuori città, e la giornata non era delle migliori: fredda e molto ventosa. Mi inerpicai sulla strada a fatica, e quando all’ingresso del paese trovai un vasto parcheggio in cui poter finalmente fermare la macchina, mi sentii sollevata.

Iniziai a percorrere a piedi il sentiero che portava alla villa; ero stata una pazza ad essermi messa in viaggio in quelle condizioni atmosferiche. Passai una piccola pieve e notai in lontananza la villa. Di fronte a me si apriva uno sterminato paesaggio di alture. Le nuvole però erano basse, offuscavano la collina mentre qualche fiocco di neve iniziava, lentamente, a scendere. Lungo il tragitto stavo cercando di costruire mentalmente il discorso che mi ero preparata per quell’incontro. A questo punto delle mie ricerche avrei necessariamente dovuto tirare in ballo Tina, altrimenti sarei stata solo una perfetta sconosciuta – cosa che già ero in effetti – davanti al cancello di una villa signorile. Quando pronunciai quel nome fui accolta.

Il personale mi fece accomodare gentilmente in ingresso, dove alti soffitti e specchi giganteschi mettevano in un certo stato di soggezione l’ospite di passaggio. Notai subito l’antica struttura monastica di quel plesso: corridoi lunghi e stretti, numerose stanze, un chiostro a cielo aperto in cui al centro si trovava un pozzo. Il padrone di casa si presentò senza farmi aspettare troppo tempo. Era un bell’uomo, nonostante l’età, dall’aspetto signorile e curato e dagli abiti eleganti. Fu disponibile nei miei confronti, ma notai subito sul suo viso una certa diffidenza. Dopo i convenevoli mi chiese come avessi conosciuto Tina, e notizie della sua vita e del suo stato di salute. Mi ascoltò con costante interesse, poi mi raccontò dei pomeriggi trascorsi insieme a lei nel palazzo cittadino. Ora, dopo così tanti anni, non l’avrebbe di certo riconosciuta.

La nostra conversazione proseguì senza troppo imbarazzo, ma con un sottofondo di rigidità generale che non mi consentì di essere, come sempre, sciolta e a mio agio. Entrammo pian piano nel dettaglio, e accennai con naturalezza al ritrovamento dell’anello. I giornali non ne avevano parlato, in fondo era solo un piccolo oggetto – seppure d’oro – e anche i quotidiani di settore dedicavano intere copertine a scoperte decisamente più consistenti. Subito iniziò ad agitarsi, lo vidi alzarsi di scatto dalla poltrona, osservarmi con un fare torvo e di disprezzo. Indietreggiai sul divano nel quale ero seduta. Non capivo cosa avessi detto di così grave. – Non si azzardi a parlare ancora dell’anello – mi disse – o a fare ricerche qui o alla pieve. Ora se ne vada -.

Percorsi il viale per arrivare all’ingresso della villa con agitazione e sconcerto. Ero sul punto di piangere. Quanto meno però, avevo capito che quell’oggetto fosse portatore di un segreto, di un fatto mai svelato prima. Il grande cancello si chiuse alle mie spalle. Ragionai a lungo sulle dure parole che mi erano state rivolte. Non capivo come mai fosse stata nominata la pieve. A questo punto dovevo scoprire la verità. Era diventata una questione personale. Mi incamminai verso la strada che scendeva a valle e che passava dall’antica chiesetta. Mi ci fermai senza indugio. La porta d’ingresso era pesante e ormai scrostata dagli anni e dall’erosione degli agenti atmosferici.

Ero sola, mi sedetti nel primo banco che vidi e contemplai la pala d’altare che emanava dal suo contorno dorato una luce propria, illuminando l’atmosfera resa cupa dalla giornata uggiosa. Alle mie spalle avvertii dei passi lenti ma decisi. Il rettore del luogo mi diede il benvenuto, mi chiese chi fossi e cosa stessi cercando. Dialogammo nel silenzio di quel luogo incantato, tra qualche accennato suono degli animali del bosco circostante. Quel gentiluomo fu subito propenso ad aiutarmi. Avrebbe aperto per me l’archivio, così da permettermi di consultare alcuni documenti. Mi condusse all’interno della canonica.

Era rimasto un posto d’altri tempi; il parquet scricchiolava ad ogni nostro passo, le finestre – che non si chiudevano bene – lasciavano passare numerosi spifferi. Un antico inginocchiatoio di legno stava al centro della stanza principale, di fronte ad un altare domestico. Il sacerdote estrasse da una cassapanca un mazzo di chiavi pesante e mi accompagnò in biblioteca. Era molto piccola, ma conteneva i documenti parrocchiali praticamente fin dalla fondazione della chiesa. Mi avvicinai timidamente agli scaffali, ma lui mi invitò a consultare tutto ciò di cui avrei avuto bisogno.

Non fu cosa da poco trovare il registro dei parrocchiani. Piuttosto che dai nomi, pensai che sarebbe stato più semplice cercare gli anni di nascita dei tre fratelli, ma naturalmente non trovai nulla. Sapevo che erano nati tutti in città; era stato solo un inutile tentativo. Provai con l’anno di nascita di Tina, che lei mi aveva confidato in uno dei nostri incontri. Non sapevo con chiarezza cosa stessi cercando, ma una correlazione tra le due famiglie mi sembrava ormai evidente. Sfogliai le pagine con attenzione perché avevo paura di combinare – come al solito – qualche danno. L’occhio mi cadde sul nome della seconda sorella, Angela. Accanto ai suoi dati anagrafici, risultava anche che avesse partorito una bambina lassù al paese e l’avesse battezzata alla chiesa della pieve. Lisa Benedetta Maria. Tina mi aveva sempre raccontato che l’unico ad essersi sposato era stato il fratello, e che le due donne erano morte senza lasciare eredi. La data registrata vicino al nome di Lisa era la stessa di nascita e di battesimo: 25 febbraio 1944. Proprio come quella riportata nel biglietto che mi era capitato tra le mani. Mi sedetti. Avevo la testa confusa, piena di pensieri. Se Angela avesse partorito, da qualche parte avrebbe dovuto pur esserci anche la figlia.

Chiesi notizie al rettore, ma mi disse che lui era venuto ad abitare in paese da pochi anni. I preti che lo avevano preceduto erano tutti passati a miglior vita. Sfogliai ancora le pagine, ed ecco capitarmi tra le mani un pezzo di carta tutto sgualcito ma ancora leggibile: “Questa è la mia promessa, ti verrò a prendere presto e ti spiegherò ogni cosa. 25 febbraio 1944. Angela”. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Ora il testo che avevo trovato insieme all’anello era completo. Avevo troppe domande irrisolte: dove fosse ora quella bambina, come mai il biglietto e l’anello fossero proprio nel sacchetto della gioielleria. L’unico a potermi dare spiegazioni era solo lui, l’erede sopravvissuto. Avrei fatto un altro tentativo. Mi fermai la notte in una piccola pensione nei pressi della piazza del paese, un luogo spartano ma per un solo giorno sarebbe andato benissimo. La mattina successiva avrei tentato di nuovo un dialogo con quel personaggio altezzoso.

Il sole splendeva sul verde delle colline, luminoso grazie alla pioggia della notte. Non mi aspettavo che mi ricevesse in casa, invece i domestici mi fecero accomodare immediatamente. Andai subito al sodo, gli spiegai della mia ricerca alla pieve, di quella bambina, del biglietto. Abbassò la testa come di qualcuno che accetta con delusione una sconfitta. Con le lacrime agli occhi mi raccontò la verità. Angela era giovanissima quando rimase incinta del figlio dello scudiere di palazzo. Riuscì a tenere quel segreto per sé, e quando i genitori lo scoprirono la gravidanza era già in uno stadio avanzato. Costrinsero tutti al silenzio, compresa la servitù, e licenziarono lo scudiere con il figlio. La piccola Lisa fu strappata da subito alle braccia della madre. Anche lui, il fratello più piccolo, era a conoscenza di ogni cosa. Aveva osservato quel dramma da dietro le porte dei saloni del palazzo. Aveva visto trattare il padre con il gioielliere di cui erano clienti. In casa di quest’ultimo c’era già un figlio piccolo – perciò avevano pensato di affidare Lisa alle loro cure – la moglie sarebbe stata di certo in grado di crescere anche un’altra creatura – . Inoltre, non andava mai in negozio col marito, così sarebbe stato facile nascondere a tutti una seconda gravidanza. La cospicua cifra che il padre di Angela promise al gioielliere – cosa che contribuì ad aggravare il suo inarrestabile collasso finanziario – non lo fece esitare. Così la piccola lasciò il palazzo in una gelida sera invernale, e fu chiamata Tina. La relazione lavorativa tra la gioielleria e il palazzo avrebbe permesso alla piccola e alla giovane madre di continuare a frequentarsi, ed ecco perché Angela nutriva, nei confronti di quella ragazzina adibita alle consegne, un affetto così grande.

Il piccolo di casa conosceva bene la storia di quell’anello. Una mattina vide la sorella frugare frettolosamente nello studiolo, sfilarsi dal dito l’oggetto – un anello di grande valore affettivo per lei perché regalatole dalla nonna – e scrivere con la stilo su un pezzo di carta. Aveva messo tutto nel primo sacchetto che le era capitato sottomano. A palazzo capitava spesso di vedere confezioni della gioielleria, per quello l’anello era finito lì. Angela aveva lasciato copia del biglietto anche nel registro parrocchiale della pieve, perché sperava che un giorno la figlia sarebbe arrivata a conoscere il luogo nel quale era nata – la famiglia l’aveva costretta a partorire nella villa delle vacanze lontano da tutti – e dove aveva ricevuto il battessimo. Lo stesso giorno in cui il piccolo aveva visto Angela annodare il sacchetto di velluto, aveva anche notato che la sorella era stata costretta a nasconderlo, perché mentre scendeva le scale per cercare di raggiungere Tina e consegnarglielo, il padre si trovava nelle vicinanze. Poi, per un motivo diverso ogni volta, non era più stato sfilato da lì.

Tornata in città mi misi immediatamente in contatto con i figli di Tina e organizzammo un incontro nel quale raccontai loro tutta la storia della madre. Ora era solo necessario capire se mettere la diretta interessata al corrente di tutto. Non fu semplice arrivare ad una conclusione, ma capimmo che farle conoscere la sua storia sarebbe stata la scelta più giusta. Le spettava di diritto. Un’aria leggera e un sole caldo illuminavano quel pomeriggio. Non sembrava nemmeno una giornata invernale. Il compito di raccontare la verità sarebbe spettato a me. Dal mio ritrovamento era sgorgata una storia, antica e nuova allo stesso tempo. Fatta di non detti, di silenzi, di omissioni. Ora era il momento della verità. La merenda era stata preparata sotto la veranda coperta, che d’inverno era ben riscaldata. Ci accomodammo, da lì si vedeva tutta la città. Tina mi vide particolarmente nervosa nel corso di quella visita, preoccupata. Quando trovai il coraggio di parlare e di raccontarle tutto, si commosse. Ma il suo viso non era sconvolto. Dentro di sé aveva da sempre percepito qualcosa di irrisolto, un senso di mancata appartenenza a qualcuno, un’inspiegabile infelicità. La sua storia l’aveva resa pronta ad ascoltare tutto, e la vecchiaia le aveva donato un senso di lucida serenità nei confronti della vita, cioè la consapevolezza che essa trascorre inesorabilmente e che è troppo breve per accumulare rimpianti.

Andai a trovare Tina fino alla fine, anche quando il gelido freddo della morte l’avvolse. Grazie a lei avevo fatto un cammino, avevo scoperto che la realtà non sempre corrisponde a tutto ciò che è visibile. La primavera era arrivata con i suoi profumi e le sue lunghe giornate. Dopo qualche ora china sulla scrivania per preparare la tesi, pensai di fare una passeggiata. Il fiume era calmo e lo percorsi dal lato che sfociava sulla stradina diretta al cimitero. Posai sulla sua tomba fiori colorati. A Tina piacevano i fiori di campo. Proseguii la mia passeggiata, mentre speravo di trovare l’ispirazione per scrivere qualche altra riga.


L’Autrice

Lucia Nico è insegnante e vive a Verona.
È laureata in Lettere moderne e si è specializzata negli studi relativi alla tradizione e interpretazione dei testi letterari, e all’editoria e giornalismo.


L'anello mancante. Racconto di Lucia Nico - Il cappuccino delle cinque
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di Lucia Nico

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Autore: Lucia Nico

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