paolo maragoni

Non c’è coraggio senza paura. Racconto di Paolo Maragoni

di Paolo Maragoni

Le finestre erano aperte, così come le porte, ma non tirava un filo d’aria. Era fine giugno, non puoi pensare che alle tre del pomeriggio non faccia caldo, nonostante la sala del teatro fosse esposta a nord, protetta dall’ombra di chiomosi lecci. Il parcheggio adiacente era pieno di auto lasciate in sosta dai proprietari che, dal mattino, occupavano ombrelloni e sdraio sulla spiaggia poco distante. Era il primo sabato dell’estate ‘96, insieme a Pino aspettavo il resto della compagnia per fare le prove. La calma piatta, afosa, accompagnata dal perpetuo frinire delle cicale, venne rotta dal suono delle campane a morto, mentre l’aroma d’incenso saturava lentamente il salone, collegato alla chiesa da un piccolo corridoio.
“E pure questo è trapassato.” – sussurrò ironicamente Pino, seduto su una sedia, con la testa poggiata al muro e un fazzoletto umido sulla fronte. Lo osservavo. Da quando lo conoscevo non ero riuscito a farmi l’idea di che uomo fosse. Poggiato a lato del boccascena, con le gambe penzolanti dal palcoscenico, guardavo la sua testa canuta, il viso a triangolo, col naso aquilino e grandi orecchie. Non era grassoccio, però aveva l’addome pronunciato, spalle grosse e braccia forti. Ero entrato nella sua compagnia teatrale come socio fondatore, su richiesta della moglie, perché lui aveva le mani bucate e servivano occhi per controllarlo. Era un cinquantenne donnaiolo, sempre in calore, sperperava soldi come fossero coriandoli alla sfilata del martedì grasso. Cambiava auto ogni sei mesi, casa ogni anno: vendeva le vecchie, a poco, comprava le nuove, sempre più grandi e costose. Faceva debiti, di nascosto, sognava un ranch. La sua famiglia era consapevole, sapeva mentire bene e farsi perdonare da Anna, ogni volta, ma dai figli un po’ meno. Lavorava alle Poste, consegnava lettere, quindi girava molto e un modo per giustificare le scappatelle ci stava tutto, ma chi troppo osa… verrebbe da dire. Beh, nel suo caso andò diversamente.
Qualche anno prima, infatti, trovandosi fuori zona durante l’orario di lavoro, era finito con l’auto aziendale sotto un treno a causa di un passaggio a livello mal funzionante. Andava a trovare l’amante di turno. Salvo per miracolo, sospeso dal lavoro per motivi disciplinari, aveva avuto il coraggio di citare l’azienda per danni psicologici, intentando causa civile. E la vinse! Con tanto di rimborso spese, stipendi arretrati e buona uscita a molti zeri. Certo, perse definitivamente la fiducia dei due figli, ma tenne in piedi il matrimonio e comprò il suo ranch! Convinse la moglie a vendere casa in città per acquistare un casale, tanto grande quanto malandato. Un immobile bianco sbiadito, composto da quattro appartamenti non rifiniti, circondato da cinque ettari di terreno incolto e corredato da un hangar, più una piccola pista di atterraggio e decollo per aerei leggeri. E si trasferirono a dieci km dal paese.
“Vabbè, possiamo andare.” – disse. Mi sorprese, lo guardai, era immobile. “Dove vuoi andare? È poco che aspettiamo, ora arriveranno. Lo sai che ogni volta è la stessa solfa, siamo una compagnia di guitti ritardatari.” – risposi, ironico. Tirò su la testa dal muro, il fazzoletto gli cadde sulla patta dei calzoni, non se ne accorse. “L’appuntamento per le prove non era alle tre, ma alle sei. Prima devo fare una cosa, ma non mi andava di farla da solo. Perciò, ti ho detto di venire a quest’ora, così mi fai compagnia.” – confessò. L’udire quelle parole mi fece salire l’ansia. Con Pino, non c’era mai nulla di scontato, soprattutto, mai nulla di buono. Come cacchio gli era saltato in mente, con quel caldo, di mentirmi, attirarmi nei suoi affari, senza una minima spiegazione. “Che palle! – esclamai – Ti serve una copertura? Devi andare dalla tua amica? Potevi dirmelo, mica faccio il ruffiano!”
“No, macché. – rispose, con quel sorriso sornione – Mi occorre una mano a casa. Andiamo, così torniamo in tempo per le prove.” Si alzò dalla sedia, il fazzoletto cadde a terra e lo raccolse. Rialzandosi, lo vide don Saverio arrivare dalla sacrestia. Il parroco scoppiò a ridere – “Pino, oggi ti sudano pure i gioielli! O te la sei fatta addosso?” – commentò, vedendo la macchia che la pezzuola bagnata aveva lasciato sui pantaloni. “Ho fatto il segno della croce con l’acqua santa e ho pensato a benedire pure i pendenti. – sussurrò di rimando, passandosi le dita della mano destra sulle labbra, a mo’ di ventaglio – Può sempre servire.” Era incredibile, aveva sempre la battuta pronta, in ogni occasione.
Uscimmo dal salone, bagnai i capelli sotto la fontanella prima di entrare nell’auto infuocata dal sole. Ero teso, non sapevo cosa aspettarmi. Viaggiavamo spediti, le strade erano deserte, Pino parlava di copione, costumi, scenografie, ma non lo ascoltavo. Conoscevo il suo modo di fare, come quando saliva in piedi sulla sedia per guardare nelle scollature delle donne. Era un mago per queste cose, tutti lo conoscevano, ma a lui non importava. I dieci km volarono. Arrivati alla sua tenuta, mi chiese di seguirlo all’hangar, fece scorrere la grande porta di metallo ed entrammo. C’erano cinque velivoli, tolse il telo al più vicino all’entrata, alzò il vetro dell’abitacolo e disse – “Sali e usa la pedaliera per girare le ruote, mentre spingo questo trabiccolo sulla pista.” Con 30 gradi all’ombra, io restai di ghiaccio! Sudavo freddo, cercavo di capire che cavolo gli fosse saltato in mente. Sapevo che era fresco di brevetto di volo, con esperienze anche da paracadutista, da sub, ma cosa c’entravo io? Avevo il cuore a mille, in una morsa di paura, eseguivo gli ordini come un automa, senza parlare o chiedere: non avevo il coraggio di farlo.
“Alle sette viene il proprietario, da Roma, per fare un volo. Voglio portare l’aereo sulla pista di decollo, fare il pieno, così quando arriva è tutto pronto.” Sentendo quelle parole, ripresi un po’ di fiato, ma durò poco. Che gran figlio di buona donna! Spinse il bimotore rosso fuori dalla rimessa, fin sull’aviosuperficie sterrata. Dirigevo i pedali seguendo le sue indicazioni, avevo la salivazione azzerata, le mani sudate. Tutt’intorno c’era puzza di bruciato, a circa 200 metri vedevo una muraglia di pini, sui lati solo terreno erboso, alle spalle il casale con muri bianchi tappezzati a macchia di leopardo con intonaco grezzo. All’improvviso, Pino, con un movimento secco fece ruotare le eliche. Al terzo tentativo, i motori partirono, lui balzò nell’abitacolo, chiuse il tetto sopra le nostre teste, manovrò tasti, leve, cinte e iniziammo a muoverci verso il muro verde di fronte a noi. Veloce, sempre più veloce, non sapevo dove aggrapparmi. “Tranquillo Andrea, – urlò, per superare il rumore che andava aumentando – facciamo un giro di prova per essere sicuri che tutto funzioni.”
Quante volte, da allora, ho ripensato a quel momento: decine, forse centinaia. Avevo 29 anni, se qualcuno me l’avesse proposto, un volo su un aereo di carta, avrei rifiutato. Serviva coraggio, tanto, ma non ne avevo abbastanza per accettare, per provare. Una mancanza che ha caratterizzato spesso la mia vita. Ma quel sabato, cavolo, che storia assurda!
La carlinga sobbalzava sul terreno sconnesso, percepivo l’aria, come un soffio potente, sollevare la pancia dell’aereo. Tenevo i piedi puntati sul pavimento metallico, gli occhi guardavano gli alberi davanti a noi, poi ci sollevammo e tutto divenne azzurro. Azzurro cielo. Volavamo dritti verso la costa, Pino teneva la cloche, guardava fuori dal finestrino laterale, io controllavo i suoi movimenti, assorbivo le vibrazioni della fusoliera, non riuscivo a lasciarmi rapire dallo spettacolo. Poi, arrivammo al mare, una leggera virata a sinistra e costeggiammo la spiaggia, le rocce, da Foce Sisto fino a Sperlonga. Pian piano mi sciolsi in una sensazione che, ancora oggi, non saprei descrivere a parole. Vedevo tutto piccolo da lassù, la gente che salutava al nostro passaggio, come da bambino facevo io. Una sequenza di colori e panorama da perdere l’ultimo filo di fiato rimasto.
“Prendi il timone, André. – mi invitò Pino – Occhio che lascio il mio, guidi tu.” Pensai fosse matto, più di quanto ne fossi già convinto, ma accolsi la proposta con coraggio, stavolta, e fu magnifico, anche se durò solo pochi minuti. Lui riprese i comandi, virammo sul Villino degli Aranci e tornammo indietro. Avevo il sole negli occhi, per evitarlo volsi lo sguardo in giù. Le case bianche di Sperlonga, il Lago di Fondi, il Tempio di Giove Anxur, la lunga spiaggia di Terracina, le barche sull’acqua, le isole Pontine, il promontorio di Circe all’orizzonte. Quelle immagini in sequenza, volando a bassa quota, rimarranno fissate nella mia memoria, come istantanee.
Rientrammo, Pino era concentrato sull’atterraggio, io nemmeno a parlarne, me la facevo sotto e non a torto, visto che toccata terra l’aereo s’incantò bruscamente sulla destra, prima di tornare in equilibrio col favore del terreno sconnesso. Dopo un centinaio di metri, il velivolo frenò la sua corsa. “Ecco fatto. – disse – Almeno, quando arriva il proprietario, mi faccio pagare pure la manutenzione straordinaria, oltre l’affitto del parcheggio. E la benzina a carico suo.” – concluse ridendo di gusto. Insomma, una mezza truffa, tipica del soggetto. Scese e spinse l’aereo nell’hangar, mentre manovravo le ruote.

Finalmente, saltai giù da quella trappola, sano e salvo. Ero frastornato, con le gambe molli, non realizzavo l’accaduto. Mi sedetti, all’ombra, fuori dalla rimessa, per smaltire l’adrenalina. Bevemmo una cedrata ghiacciata, poi riprendemmo l’auto per tornare alle prove. Lungo il tragitto, continuavo a ripetergli – “Tu sei pazzo! Mi hai fatto guidare un aereo, a tradimento. Tu sei un pazzo!” Pino rideva. Io ero felice, davvero. Provavo gioia, orgoglio, come di rado nella vita. Avevo avuto paura, molta, ma questa mi aveva spinto ad avere coraggio, indirettamente certo, però di quello si trattava. È una storia che, ancora oggi, racconto volentieri e, anche se non gliel’ho mai detto, sarò sempre grato a Pino per avermela regalata.


L’autore

Paolo Maragoni vive a Terracina, è un editor, Life & Creative coach. Autore, attore e regista teatrale, ha esperienze radiofoniche e da podcaster. Adora il teatro, il cinema, la lettura, la scrittura, e il jazz che cerca in ogni espressione artistica. Scrive articoli, racconti e poesie, adora i gialli e i racconti brevi, e ha un mio blog: www.paolomaragoni.it
Insegna e frequenta corsi di lettura e scrittura creativa.


Non c’è coraggio senza paura. Racconto di Paolo Maragoni – Il Cappuccino delle Cinque

di Paolo Maragoni

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Autore: Paolo Maragoni

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